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domenica, 15 novembre 2009
Gli abbracci spezzati

ovvero. Una dichiarazione d'amore tra il regista e il cinema.
Non è il miglior film di Almodovar, ma di certo è una delle più intense dichiarazioni d'amore tra un cineasta e il cinema stesso.
La storia ruota intorno a una storia d'amore tra un cineasta e un'attrice con cui sta realizzando il primo film e la storia si muove con continui spostamenti tra il presente e il passato in cui quella storia appassionata e tragica si è svolta.
Il resto merita di essere visto, non letto.
Ma sotto la trama ci sono motivazioni e aspetti che vanno oltre il racconto e che si diramano su due binari princiapali: la molteplicità dell'essere e il rapporto tra il regista e il cinema.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si nota dall'inizio che tutto è doppio: i personaggi, non solo i protagonisti hanno nomi doppi, oppure lo stesso nome appartiene a due personaggi (Ernest). Le icone sono doppie, come i tre crocifissi identici che ci sono sia a casa del regista che della produttrice, la coca cola che Diego fatalmente beve, e infondo i film che coscientemente vediamo seduti al cinema sono due: "Gli abbracci spezzati" dentro al quale si gira e si monta "Ragazze e valigie". In questo gioco Pirandelliano, è sicuramente il personaggio di P.Cruz che meglio incarna questo aspetto esistenziale. Indossando una maschera dalla testa ai piedi, passa dalla figlia attenta e scrupolosa, alla perfetta segretaria, passando per amante, attrice che ricalca A.Hepburn, donna innamorata, ferita, oltraggiata, impaurita e così via come la Bergmann palesemente inserita di "Viaggio in Italia". La sequenza ambientata nel camerino, luogo sacro dell'attore, in cui Lena, l'attrice, cambia espressione, parrucche, trucco in maniera incalzante davanti all'obbiettivo fotografico del regista.
Per il secondo aspetto, ossia l'amore per il cinema, sono evidenti numerose citazioni che fanno da cornice d'impianto alla storia con ampi riferimenti al cinema classico. Basta pensare alle riprese di sera della camera dove si muovono le ombre di Lena e Michael o alle scale o alla stessa citazione della Moreau o delle scale per sentire le vene del Noir classico scorrere nella pellicola. E senza dubbio c'è anche molto di otto e mezzo, con il felliniano tentativo di finire un film condensato nell'ultima frase del film "I film devono essere finiti, anche se alla cieca." ma anche con la dolorosa e necessaria ricostruzione della memoria.
Poi c'è il mezzo cinematografico, e prima di tutto gli occhi che giocano un ruolo fondamentale: occhi che non vedono più come nella cecità del regista, occhi ossessivi come nella mdp di Ernesto figlio che vuole documentare il film che si gira, o quelli del padre animati da morbosità e gelosia, la telecamera del film che si sta girando, le foto spezzate, come gli abbracci, ma anche le scene da rimontare, le trame che prendono forma in parole, le parole che non si sentono ma che si leggono solo sulle labbra. Insomma il cinema con i suoi meccanismi è semplicemente protagonista indiscusso della pellicola. Come proprio in uno specchi bergmaniano ( sarà per questo che le dita di Diego scorrono su Fanny e Alexander). Il cinema che racconta storie, ma che preserva anche la memoria, che diviene così parte integrante del proprio essere, della quotidianità in cui tutti infondo abbiamo i nostri piccoli grandi film da finire. Ma in tutto ciò il cinema non è solo finzione, altrimenti tutto cadrebbe. Il cinema è autenticità assoluta come si evince dalla scena che più ho amato di questa visione: Ernesto padre che si fa leggere il labiale del documentario per spiare Lena, la quale, stanca alla fine fa la sua dichiarazione sulla fine della loro relazione. A questo punto entra Lena, che in sovrapposizione al girato su di sè ripete le parole, aggiungendo la sua presenza e la sua voce.
I due temi vengono raccontati, affidati, lasciati a Diego, il giovane figlio del regista e della produttrice, il quale con entusiasmo e passione segue il cinema e la storia che gli raccontano, senza giudicare. Come spesso accade nei film di Almodvar i giovani sono così depositari di una memoria importante ma anche di una speranza fondata.

Tatuato su: erika_luna a 21:42 | link | commenti (5) |
la lanterna magica

domenica, 01 novembre 2009
L'amore, e la follia

Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto una isterica.

A.Merini


( oggi se ne va una delle poetesse che più amo, per l'amore, e l'isteria, per la copia di sè che spesso recitava, per l'autenticità dei suoi versi)


Tatuato su: erika_luna a 19:22 | link | commenti (3) |
donne che corrono con i lupi