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mercoledì, 30 settembre 2009
3 Mesi.

Tre mesi sono tanti, bastano per cambiare casa, amore, città.
Tre mesi sono tanti, sono la durata delle vacanze estive,  di uno stage, sono lo svanire di un innamoramento, è una commedia in un atto unico.
Tre mesi sono tanti, sono novanta giorni e novanta notti, un quarto di un anno, un trimestre di valutazioni, una vita che prende forma.
Ma tre mesi sono pochi, pochissimi. Tre mesi non bastano per dimenticare, per avere giustizia, per guarire dal dolore, per essere strumentalizzati da spot politici.
Tre mesi non si riempiono le assenze assolute, anzi il vuoto diventa voragine.
Tre mesi non cancellano la storia in fiamme impressa sulla corteccia degli alberi
Tre mesi non cancellano  il silenzio dagli scheletri di case colorate di nero.
Tre mesi è la durata di una melodia triste che stana le paure, passa le fibre dell'anima per restare appiccicata sulle pareti più segrete.
Tre mesi sono tempo puro e doloroso che mischia lacrime e speranze, rabbia e amore.
Tre mesi iniziano a essere un'attesa per la voglia di cambiare.
(29/06/09-29/09/09)

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sabato, 26 settembre 2009
Almeno

 

Almeno un Paese abbia il coraggio di dire 'partecipiamo ad un'occupazione militaré e si prenda la responsabilità, e non spacciamo l'attività dei militari per peacekeeping o umanitaria. Perché se dovessimo prendere per buone queste bugi...e, quanto meno verrebbe da dire che sono una massa di cretini visto che, per distribuire due caramelle, spendono 20 milioni di euro". Gino Strada

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venerdì, 25 settembre 2009
Irlanda, e poi venne la musica

 
E poi venne la musica.

C'era Galway con i suoi cigni, gli artisti sempre per strada, i colori della notte, una strada dove sembra sempre giorno, dove si parlano 237 lingue e ci si capisce.


C'erano quattro perscussionisti vestiti di bianco, che suonavano l'anima di chi li ascoltava, facendo divenire il metronomo del tempo musica pura e il corpo assoluta voglia di ballare.

C'era una ragazza, proveniva da uno sperduto paesino dell'appennino bolognese, giocava con il fuoco, tutti gli occhi addosso: sembrava davvero una vestale celtica. E un chitarrista che chiudendo lo sguardo mi ha solleticato il cuore sulle note di “I wish you were here”.

C'era un terreno tra i campi verdi e il mare grigio, sembrava il suolo lunare, invece era il Burren, un nome morbido per pietre incastonate e spigolose.


C'era una scogliera per cui varrebbe la pena non tornare più: si chiama come sapete Cliff of Moher, a parlare di Carnevale con dei ragazzi Veneziani, a perdersi negli occhi di una giovane fotografa bionda vestita di nero, a smarrire sull'altitudine e fra le onde briciole di cuore.


C'erano le isola Aran, e Inis Mor è stata la mia tredicesima isola, perchè sono la mia dimensione perfetta. Fra cimiteri abbandonati, ciclisti, chiese a cielo aperto, case dal tetto in paglia e leoni marini, signore placide che tessono la lana, c'è una salita che porta a una serie di cerchi concentrici. Dove per davvero sentire il respiro d'Irlanda tutti si sdraiano sulla scogliera a testa in giù per vedere quanto è profondo il mare. E poi improvvisamente un pub, dove alle quattro del pomeriggio son tutti già ubriachi, ma si canta, si suona e tutto il resto non ha importanza. Semplicemente si sta BENE, anche se il cielo è grigio, il sole una parvenza, la musica vince la malinconia, in ogni angolo di Irlanda, ed è voglia di vivere.

C'erano le piogge e l'autunno anticipato del Connemara, lingue di terra che fendono ilmare, erica selvaggia ostinata verso il mare. Forse c'era anche un fiordo, dove tutti i paesini si somigliano ( barbiere, alimentari, pub, edicola in colori diversi e medesima sequenza) ma a Clifden, poco dopo le 13 , il pub del paese era pieno di gente, di bambini vestiti a festa per un battesimo, sembrava di essere in un saloon e ci abbiamo brindato con loro.


C'era dentro a un supermercato di Limerick “With or without you” e credetemi che camminare in Irlanda e sentire gli U2 è qualcosa di spirituale.


E poi venne il mare. Del sud.


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lunedì, 21 settembre 2009
Abstract

La prima volta è accaduto lì, sui gradini della metro, in un afoso agosto di una Milano surreale e stanca: poca gente in giro, eccetto i fortunati lavori d'agosto. Sono salita trafelata e sudata già alle 7,30 di mattina, di corsa come sempre, tanto da spargere i fogli del plico verde contenente l'abstract dell'ennesimo burocatico progetto sul pavimento. In altri momenti mi sarei vergognata, arrossendo e collezionando altre figuracce a raffica, con questo egecentrico senso di essere sempre negli occhi di tutti. Quella mattina non c'era quasi nessuno, quindi potevo tranquillamente riordinare tutto. Mi sono chianata, il mio vestito leggero colorato di blu ha mosso l'aria come un'onda, e ho iniziato a raccogliere i fogli. E mentre le mani a terra radunavano pensieri, ho incontrato i suoi occhi, in alto sopra di me. Uno sguardo intenso, color nocciola, uno sguardo che mi sembrava di conoscere già. "Ti aiuto", mi ha detto sottovoce. Io sotto di un tono ho solo risposto "Grazie". Tutto è tornato al proprio posto, nel plico verde ed io pure, nel sedile accanto al vetro. Lui scende sempre un paio di fermate prima di me, ma lo avrei scoperto dopo. Sono andata in ufficio, i fogli che erano caduti e raccolti dallo sconosciuto mi sembravano profumati, di un'aria fresca, quasi un brivido che percepivo. Come sentivo quello sguardo in cui il mondo, il mio mondo per un attimo si era fermato. La mattina successiva avevo già bisogno di quegli occhi nocciola da indossare. Così sono salita sulla stessa carrozza, la numero tre, del giorno prima. Questa volta non sono inciampata nel gradino, bensì nei suoi occhi, fissi nei miei, da due sedili opposti e paralleli. Anche questa volta è sceso due fermate prima della mia. Il terzo giorno mi ha guardato sfrontatamente, con i suoi occhi addosso ho sentito una vampata di calore bruciarmi sul viso, sul collo e altrove. Quasi una piacevole mancanza di ossigeno. Sono scesa, e Milano mi sembrava addirittura colorata. A lavoro non c'è molto da fare, io penso a quello sconosciuto che si siede di fronte, mi guarda, mi fa sentire desiderata, e mi perdo a ricordare da quanto tempo non accadesse. Nella seconda settimana ho iniziato a guardarlo anche io da sfacciata: non sono una persona libera, non so cosa vorrei, forse solo parlargli. Incontrarlo. E diventa un pensiero ossessivo, ricorrente. Un giorno ho sentito la sua voce, mentre era al telefono. Ha una voce calda, sorride e ride spesso. E a guardarlo viene da ridere anche a me. Mi fa sembrare il mondo migliore. Ha spesso grandi buste piene di libri. A volte ascolta la musica con l'i-pod, spesso troppo alto di volume, e in fondo mi piace pensare che tenga la musica alta perchè me la stia dedicando. Penso a lui spesso, anche quando torno a casa, sdraiata sul divano, mentre affetto i pomodori, davanti a un film,o camminando per qualche sagra. Penso a lui spesso, e sento di desiderarlo, sento che mi brucia dentro, oltre la pelle stessa, in quell'intimità di pensieri che esulano dal puro desiderio. Lo sento come il fuoco, come il pericolo, come una droga a cui non si può rinunciare. Ogni tanto mi siedo lontana da lui, tentando ingenuamente e senza volontà di disintossicarmi. Ma dopo è anche peggio: ci ritroviamo occhi negli occhi, i respiri ad un passo dallo sfiorarci, in un limite tra l'orizzonte e il tempo. Non credevo potesse accadere, non volevo che accadesse. In fondo non è accaduto niente. Ma intanto è autunno, Milano si veste di foglie accartocciate, la metro straripa di gente nella propria fretta. Lui c'è sempre. Io non resisto più. Ho bisogno di varcare questa soglia, di rompere il silenzio. Perchè mi opprime questo trattenersi, questo esserci ed evitarsi, come un respiro troppo lungo sott'acqua che poi fa scoppiare d'aria. So di essere infondo debole, e infondo di non sentirmela. Di non squilibrare le reti finemente intessute che sono il mio microcosmo. Così adesso salgo sulla carrozza numero 10. E non lo vedo più. Ciò non significa che non lo pensi, ma si soffre di meno, ed è più facile. E  mi manca: il gioco sottile di sguardi, un appartenersi senza stringersi, le fantasie che fluttuano, la sua presenza, il suo profumo, il colore nocciola in cui mi sentivo semplicemente bene. In fondo erano gli unici occhi in cui non mi dispiaceva restare a lungo. Tutto è tornato apposto: le strade affollate, Milano in bianco e nero, le piogge di Settembre, i fogli dell'abstract. So tuttavia che da allora qualcosa dentro di me invece è ancora sparso sussurrante sul pavimento dell'anima, senza trovare un posto: bruciano sottili ceneri, e non è silenzio.

Foto by K
UBA
Note al margine: Lettura a cui far seguire l'ascolto de "L'aeroplano" di Baustelle

 

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domenica, 20 settembre 2009
Il grande sogno

"Il grande sogno" ( senza eroi ) vale la pena di essere visto perchè "racconta"le diverse anime del '68, sottolinenadone anche i limiti a volte troppo borghesi, il tentativo di espanderne la "geografia", il passo alla lotta armata ( ma in "the dreamers" era più poetico). Come non pensare a tale film di Bernardo se già il titolo stesso in qualche modo lo evoca?
Il punto è che Placido cerca di fare tutto ciò, di raccontare tutto ciò...ma non ci riesce nè narrativamente ( a volte la storia ha dei ritmi stonati) nè cinematograficamente ( la regia è da fiction tv).
A volte ci sono dei passaggi intensi, come la sequenza drammatica di Avola, forse perchè un 68 quello dei contadini poco frequentato non solo dal cinema ma anche dalla storia.
Peccato, perchè l'idea era buona, gli attori si son applicati, anche se non mi ha convinto il trucco e il vestiario ( sebbene abbia fatto ricerche in merito interrogando mia madre ;)
Però di cinematografico c'era poco( intendo ricerca delle inquadrature, luce, movimenti di macchina) e anche la ricerca storica latita. Senza scomodare Bertolucci, esteticamente anche "Vincere" di Bellocchio è molto più artistico e al contempo "storico".

Mi chiedo le folle di ragazzini che c'erano, probabilmente per Scamarcio, e che erano nell'onda dello scorso anno, l'unico movimento dissidente fino ad allora, cosa abbiano pensato...o provato vedendo questo film...

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domenica, 06 settembre 2009
Morte (del cinema) a Venezia

Premessa: l'idea di ritrovarsi a Venezia con i miei amici cinefili sparsi in tutta Italia, è nata in un momento difficile, dopo il 29 Giugno...l'idea di ritrovarsi con persone care e importanti mi ha fatto sentire la loro vicinanza in un momento difficile. E un po' per comodità, un po' per abbinare l'incontro a una scorpacciata di cinema ci ha fatto scegliere Venezia come luogo dell'incontro, tanto per vedere anche film che magari nelle nostre piazze non arriveranno.

Location:
LIDO: un luogo che non esiste, privo di bar, di gente che passeggia, un non luogo o un luogo chiuso in se stesso


Cast:

I BIGLIETTI IMPRENDIBILI: per una strana organizzazione alcuni biglietti si possono acquistare comodamente su internet. Altri vanno presi con il coupon gratutio il giorno prima della proiezione ( secondo regolamento). In conclusione abbiamo visto solo 1 film prenotato su internet, perchè l'altro non è stato possibile vederlo, i biglietti non son stati dati il giorno prima, ma la mattina stessa alle 8.30, e visto come ci si muove bene con i vaporetti ovviamente eran già finiti. Forse bastava democraticamente metterli tutti su internet. La signorina poi ci voleva dare quello gratis per il giorno dopo. E' stato difficile farle capire che non volevamo il coupon free, ma che eravamo lì esattamente e solamente per quel film...da lì abbiamo capito che eravamo le persone giuste nel posto sbagliato. O viceversa.

L'ACCESSIBILITA' E IL RESPINGIMENTO: riuscire a vedere un solo film in due giorni di festival è davvero triste. Il festival è quella dimensione in cui si vede in film dietro l'altro, dove (finalmente) ci si perde nelle pellicole dimenticando il fuori. L'organizzazione invece latita, e rimanere senza film da vedere a un festival del cinema è davvero triste. Inoltre ci sono tantissimi controlli per entrare in sala, quasi come all'aeroporto, e una massiccia presenza di forze dell'ordine in tenuta antisommossa...un po' tanto per un Festival no?

IL MADE IN ITALY: non vedendo film potevamo buttarci sul cibo. Il ministero dell'agricoltura ha voluto fortemente solo prodotti italiani all'interno della mostra ( la cosa si commenta da sola)...peccato che a rappresentarci ci fosse tra l'altro una pizza talmente gommosa da rimbalzare.

IL (FALSO) MURO DEL PIANTO: gestito da Ippoliti dovrebbe accogliere le nostre lamentele, e premiare con la coppa CODACON la mitliore, su questo muro come si nota nell'album, ci siamo espresse parecchio...Pensandoci bene anche questo fa parte del circo: le lamentele riguardavano i pavimenti bagnati, la sciarpa di Muller e altre cose di questo tipo...

IL SENSO CRITICO DEI VENEZIANI: nelle numerose file fatte per non arrivare a niente ci siam messi a parlare coi veneziani, i quali difendono a spada tratta il loro festival, dicendo che quest'anno è organizzato benissimo. A mio avviso no. Mi è stato risposto che a Cannes è peggio perchè non si vedono i film, penso che allora sia meglio così almeno la cosa si sa ed è ufficiale. Noi toscani siam molto polemici certo, e noi viareggini amiamo il nostro carnevale ma se qualcosa non va a modo state tranquilli che se ne parla...eccome!

FRANCESCA: ecco, il film che avevo prenotato è quello che tra l'altro ha fatto tanto arrabbiare l'On.Mussolini. Cmq, il film mi è piaciuto moltissimo, è fatto bene, ben recitato, ottima trama, ottimo specchio non solo per come i romeni vedono noi, ma anche su come loro vedono noi: insomma una non possibilità di scegliere per molti di loro. E comunque alla seconda proiezioni hanno applaudito tutti sulla battuta di cui sopra. Peccato che forse non verrà distribuito.

Concludendo: OGNI PAESE HA IL FESTIVAL CHE SI MERITA E IN CUI SI RISPECCHIA.

Detto questo, mi son divertita moltissimo perchè ero con i miei amici. Per il resto concludo con una frase storica che auspica un po' di apertura da parte degli organzizatori, altrimenti va disertato in maniera assoluta!


SENZA PUBBLICO ( E SENZA POPOLO) NON C'è CINEMA

 

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la lanterna magica

martedì, 01 settembre 2009
Surreale pomeriggio

Surreale. Surreale la voce del violino in pineta, e sempre si mischiano le corde. Surreale il ritorno al lavoro. Surreale un biglietto per tornare a Venezia. Surreale un libro tra le mani. Surreale uno scorrere di titoli di coda senza passare dalla trama.

Tatuato su: erika_luna a 22:38 | link | commenti |