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Si sbuccino colori fra le tempeste
si infrangano luci tra i detriti
chè di un respiro lieve e profondo
vesta le segrete pieghe.
Lascia che sia la sera
a stregare le parole
nella deriva dell'anima:
si intrecciano in fiabe
nella veglia del cuore.

Bocca di Magra, Novembre 2008
Ho voglia di silenzio. Ho voglia di una coperta calda in cui nascondermi. Ho voglia di nomi esotici in cui divagare. Ho voglia di cullarmi e di socchiudere anzi chiudere gli occhi. Ho voglia di rallenty. Ho voglia di una camera oscura. Ho voglia di confondermi. Ho voglia di una notte ovattata. Ho voglia di racconti fantastici e musica leggera. Ho voglia di essere fragile. Di piangermi addosso. E di impronte fatue.Ho voglia di solitudine, ma ho anche voglia di nostalgia. A volte ho voglia di piangere, senza grandi e importanti motivi. Ho voglia di dormire.

Bocca di Magra, Novembre 2008
Note al margine: "Noi abitiamo le pieghe dell'onda".
Auguri a tutti un bellissimo weekend...;)

Campiglia Marittima, meravigliosa. Ottobre 2008
Lunedì scorso, in occasione della ricorrenza del 70° anniversario della promulgazione delle leggi razziali, sono venuta a conoscenza che nella scuola dove attualmente lavoro era presente una piccola scuola ebraica. Il racconto del rabbiono che è intervenuto e che a quei tempi era bambino insieme alla ricostrzuione di una storica della resistenza è stato molto arricchente. Ho ascoltato così una storia che non è fatta di grandi eroismi o momenti eclatanti, ma di quotidianità. La maestra e i bambini di questa scuola israelitica subirono tutti la discriminazione razziale con l'allontanamento dalla scuola statale, pur essendo italiani e, nel caso della docente, regolare vincitrice di concorso pubblico. Tuttavia per qualche anno, fino al 1943, questa minuscola scuola sopravvisse in un salotto di una casa privata perchè nell'edificio della scuola i bambini ebrei sarebbero dovuti entrare da un ingresso a parte. Inoltre la scuola si ingrndì perchè la città divenne punto di raccolta di numerosi sfollati provenienti da città con comunità ebraiche importanti, come quella di Torino e Livorno. Mi ha colpito molto il fatto che nel contesto specifico l'insegnante abbia seguito il corso degli eventi, senza probabilmente una percezione profonda di quanto stava per accadere. Sono rimasta impressionata come questi decreti leggi, notoriamente emessi prima in Italia che in Germania, abbiano improvvisamente calpestato la quotidianità delle persone, in particolare dei bambini, alcuni dei quali erano presenti all'incontro: non poter più andare in spiaggia, ritrovarsi senza amici. Tra l'altro questi bambini non volevano andare alla scuola israelitica perchè per loro la classe, i compagni la maestra erano quelli con cui erano stati fino a quel momento, quella che prima era "di tutti". Nelle testimonianze dignitose e accorate dei presenti, a volte mi smarrivo pensando se ci si riferisse al 1938 o al 2008, visto le recenti proposte in fatto di inserimento di alunni stranieri. E' solo una piccola storia, senza lieto fine, visto che molti bambini e la maestra stessa perirono nei campi di concentramento. Ma la memoria è importante, perchè sopravviva specialmente di questi tempi dove alcuni insegnanti specialemtne delle superiori adottano la tesi del negazionismo parlando di olocausto. Eisenhower aveva ragione nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto. Il motivo, lui l’ha spiegato così: 'Che si tenga il massimo della documentazione – che si facciano filmati – che si registrino i testimoni – perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo'.

Note al margine: Alla fine dell'incontro un'anziana signora è intervenuta dicendo che la mozione Cota serve per aiutare i bambini "malati" a stare tra di loro ( perchè gli stranieri sono malati? oppure intendeva che i disabili devono stare nelle classi a sè???) e che le leggi razziali vanno contestualizzate nel periodo storico di riferimento e comprenderle così come un itnervento positivo del governo fascista per valorizzare e preservare la cultura e l'identità ebraica. Questa è la meraviglia di paese in cui viviamo. Uscendo un'altra signora mi ha raccontava di quando da bimba è scappata dal fascismo andando in Argentina. Non si sarebbe mai sognata di rivivere là nel 1976 certe cose dalle quali fuggì tornando da noi in Italia. Ma l'aria che si respira adesso non le piace per niente.

ottobre 2008, foto di Erika
Note al margine: Ebbra di colori avvolgenti, di calda luce, di sensuali immagini, di succosi istanti.
All'inizio era Internet, oppure solo il net. Agli albori della civiltà in rete erano prima di tutto le chat, caratterizzate da un nick name più o meno consono alla propria personalità ( che si aveva o che si avrebbe voluto avere). Vedovo girare invitanti "sottilette filanti" che poi, nella vita fuori dallo schermo, erano seriose e impeccabili proff di matematica, pure un po' freddine. Il dentro e fuori la chat, come rappresentazione del dentro e fuori lo schermo, ha creato linghi dibattiti su un nonluogo di mezzo quasi border line in certi casi, sui luoghi virtuali. In chat principalmente si andava per il fascino insostenibile di indossare un altro nome, e in qualche modo un'altra vita, pronti ( più o meno) a incontrare il mistero e l'ignoto un po' giocando a mosca cieca, e altrettanti misteriosi nick, incontri a suon di tastiera, che poi prendevano voce via telefono, immagini in pixel e fisicità in incontri talvolta deludenti, talvolta appaganti. Poi c'è stato l'avvento dei forum prima e dei blog successivamente: quasi un passo da privatizzazione dello spazio, inteso come "mettere dei confini" non tanto su quello che si dice, ma su come si dice. I blog, seppur nella maggior parte dei casi liberissimi diari personali, hanno dato sfogo, come del resto i forum, a vene di scrittura che aspettavano di esplodere e al contempo, nei confronti del ricevente della comunicazione hanno indotto una definita cernita: si frequenta un blog se l'argomento o il modo di scrivere ci interessa, oppure se conosciamo la persona. Nel blog si sceglie maggiormente, E poi arriva face book, passando per Second life. Sto prendendo confidenza con questo sistema di comunicazione via web che credo sia venuto alla ribalta in questo ultimo mese grazie soprattutto all'Onda studentesca. In realtà seppure apparentemente è un altro luogo in cui dire al mondo che ci siamo, se osservato come tipi di moto, è il contrario della chat: in chat si andava vestiti di un nick in cerca di sconosciuti, in facebook si va in genere con nome e cognome e tanto di foto alla ricerca del passato, frugando tra amici persi di vista e compagni di scuola da ritnracciare. I movimenti sono contrari: in facebook si va verso il passato per vedere come è coniugato oggi, si va più schiettamente con alcuni dati "reali" per essere rintracciati, si va sul sicuro perchè si cerca ciò che si conosce e l'allargamento dei confini è una scelta ponderata, forse, in qualche modo difende maggiormente ma si costituiscono dei gruppi di interesse, ed è questo il lato che mi ha colpito positivamente, si perseguono delle cause quasi come in second life, ma più reali forse...In chat si gioca a essere più teatranti, si cerca ciò che non si conosce, si hanno soprese, nel bene e nel male, forse si osa di più, ma si sparano anche più grosse, tuttavia in qualche modo è uno sguardo al futuro che supera le paure dell'altro...Al di là dello scherzoso titolo, il mio intervento non ha nessuna pretesa, se non quella di dare sfogo alla mia creativa curiosità: perchè mi interessa molto l'evoluzione dei luoghi di internet...per me sono un po' le città invisibili calviniane del nuovo millennio.

Le città invisibili disegnate da Colleen Corradi Brannigan
Note al margine: Vi invito tutti a confrontare i seguenti siti: http://www.pubblica.distruzione.org/ e http://www.pubblica.istruzione.it/.
Vicky e Cristina, due amiche americane, trascorrono l'estate a Barcellona per motivi vacanzieri e di studio. Le loro vite saranno sconvolte dall'incontro con Antonio, pittore noto per la burrascosa e sanguigna relazione con la ex moglie, Maria Elena. In questo film di Allen ci sono tutti gli ingredienti che ci aspettiamo: una Barcellona sempre magica ma molto da cartolina ( assai più belle e significative, forse non casualmente, le sequenze girate a Oviedo), triangoli amorosi che geometricamente e passionalmente si evolvono in altri poligoni, il fascino quasi da sindrome che il vecchio continente con la sua cultura esercita su certi americani, e un gioco fondamentale alla scoperta di sè, di inattese parte di sè, sempre esistite probabilmente nell'intimo dei personaggi ma che necessitavano del calore catalano probabilmente per provocare quel terremoto interiore per cui il proprio mondo (ideale) ben organizzato al primo soffio di un vento diverso cade. Forse Allen si proponeva di mettere in scena una sorta di manuale su alcuni aspetti delle relazioni umane, quali l'esclusività dell'amore e soprattutto sondare come mai certi legami proseguino in forme che cambiano e si evolvono anche quando la storia d'amore è conclusa e come questi tipi tipi di amore siano legati a un stato di dipendenza e indispensabilità viscerale. L'interpretazione della cruz, nelle vesti di Maria Elena, è sublime. Per quanto riguarda Antonio, il bel e bravissimo J.Bardem. Il suo personaggio ci conquista subito, perchè è l'uomo da cui continuamente cerchiamo di sfuggire, ma forse anche quello che talvolta ci fa contattare quelle parti di noi a cui abbiamo messo il silenziatore. In fondo ciò che imbarazza nei primi dialoghi fra lui e le due amiche è la sua spontaneità, la sua capacità di arrivare subito e chiaramente a una dichiarazione di intenti. Infatti, tra l'altro, il mondo femninile e quello maschile appaiano in questo film su due orbite distinte. Antonio, come il fidanzato di Cristina, è semplice, diretto, concreto, le donne sono soprattutto complicate ma forse entrambi sono affascinanti per questo e questa elettricità sensuale ma mai ostentata percorre tutta la pellicola. E al di là dell'amore quel che conta in questo film è la capacità di mettersi in gioco, senza temere di essere diversi dall'idea che si ha di se stessi. Almodovar docet. Ma anche un vito alla scoperta dell'arte come canale con se stessi, sia essa pittura o fotografia: le sequenze in cui Maria Elena convince Vicky a credere nel suo sguardo sono meravilgiose.


Elaborazione grafica di Benjamin
Note al margine: Perchè continuare a scrivere di "queste" cose e non di racconti, poesie e altri afrodisiaci? Perchè non ho mai creduto che lo scrivere fosse qualcosa di staccato dal tempo in cui si vive. Credo piuttosto che lo scrittore, dilettante o professionista che sia, viva appieno nel suo tempo ed il proprio tempo. Chiudersi in un mondo di racconti a volte può servire, altre volte serve invece buttarsi nella vita. E a me adesso serve questo. Di conseguenza scrivo di questo.