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lunedì, 30 giugno 2008
Punto. E a capo.

Lentamente, quasi in punta di piedi, desiderare di essere silhouette più che persona, quell’attimo fra esserci e non esserci che fa vivere ogni briciola di emozione, ma che in qualche modo permette la via d’uscita. Senza far rumore, oppure facendo troppo rumore anche se non era proprio per nulla.
La verità vi farà liberi, anche se è dolorosa, anche se non si possono infiocchettare tre anni di malumori, slealtà e piccole crudeltà con baci e abbracci. Quando meno te lo aspetti tutto viene fuori dieci minuti prima della campanella: un’eruzione, quasi un vomito, una lama che fa male, la fotografia nero su bianco di come la mia persona stanca e in qualche modo maltrattata necessitasse di altri spazi, non più grandi ma diversi. Ma se fa veramente male sentirsi stritolare dalle parole taglienti e un po’ cattive, c’è un brivido di orgoglio e di autostima per quelle parole che mi sono venute a me. A me, che sono tosta, lunatica e istintiva, anche facilmente infiammabile ma che in definitiva resto senza parole quando mi si salta addosso. Questa volta no, questa volta le parole sono fluite sincere, senza arrabbiature, dure come duri sono stati i contesti, cristalline, vere: nessuna lacrima, nessun tono troppo alto, mi sono stupita, e mi sono piaciuta. Che dopo 900 giorni di veleni, non si può finire con lo zucchero filato. Mi consola il fatto di aver provato a migliorare le cose, per tutti questi giorni, mi consola il fatto che cadute le maschere e constatato la compagnia di viaggio, ho preferito scendere e intraprenderne un altro, mi consola il fatto di non essere caduta in certi giochi ma soprattutto di non aver tradito me.
Però, in questo palcoscenico di scampoli della mia esistenza, non c’è solo rabbia e dolore, che sono in qualche modo “crescita”, c’è anche tenerezza. Ho così salutato persone che anche se non hanno lavorato direttamente con me sono state per me importanti, degli “incontri” che mi hanno fatto maturare e allargare il mio sguardo sulla vita. Ci sono tre momenti che mi porto addosso…
La maestra anziana che mi augura di non tornare indietro perché vuol dire che starò bene dove andrò.
La mamma di una bambina che mi ringrazia, mi abbracci, mi fa i complimenti per come sono senza recriminare la mia scelta e mi dice “ Erika, fai a modino”….Ecco, io “fai a modino” l’ho iniziato a sentire e poi dopo ad usare quando sono venuta in questa città. Un modo di dire tipico, che mi faceva sorridere, ma che è pieno di lealtà e di buon augurio, “ fa a modino”…come dire si te stessa ovunque andrai e di te abbi cura.
E il terzo momento. Alla fine dell’anno ai bimbi che finiscono l’esperienza scolastica diamo un diploma, l’ultimo giorno è venuto un mio alunno con u diploma disegnato e scritto da lui con tanto di fiocco rosso, e mi ha detto “ Tieni perché sei una brava maestra e puoi andare alle scuole dei grandi”.
Mi sono emozionata, mi sono commossa. Non sono indifferente. Vivo la gioia come il dolore dalla pelle ai miei neuroni, tuttavia in questo movimento contrastato addosso sto bene, mi sento bene. So di aver dato il meglio di me sempre, anche se a volte ho dovuto sperimentarlo sbucciandomi, so che tutto ciò che ho fatto l’ho fatto con tutta me stessa, e so che nessun malumore può togliere qualcosa a ciò che si dà, a c ciò che si riceve, so che anche se una parte di me è delusa dagli altri, io non perdo la fiducia negli altri, che ci saranno altri forse ancora peggiori ma anche migliori, so che sono stata fino a incidermi i giorni sul cuore, senza pellicola di salvataggio, credendo nel mio lavoro, e in qualche modo in me, col mio sorriso e la mia solarità. Ossia le parole che tanti mi hanno addossato salutandomi e con le quali mi avvio in una nuova avventura.

Foto tratta da questo blog

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donne che corrono con i lupi

domenica, 29 giugno 2008

La vita si mette in scena da sola ( A. Varda )

Tutto ciò che conta nel cinema è inspiegabile ( Godard )

Il regista deve permettersi di essere solitario ( F. Rosi )

La creazione in origine è certo un atto solitario, ma l'oggetto della creazione appartiene a tutti, è un oggetto sociale ( F. Rosi )

Non credevo molto nella parole...”Fino alla fine del mondo” parla appunto della malattia delle immagini che si può guarire solo con le parole. ( Wenders)

Se dovessi scegliere tra scrittura, riprese e montaggio sceglierei indubbiamente il montaggio che, a partire da un materiale unico messo insieme da me, è una nuova scrittura ( Delvaux)

Il cinema dovrebbe aiutare il cervello a fare un cernita, conferendo di nuovo allommagine un carattere sacro. L'essenziale per me facendo un film, è cercare di attribuire un valore all'immagine. ( A.Koncalovskij)

Nei grandi film non si vedono le immagini, non si vede la bellezza, si vede il film, si piange e non si capisce neanche perchè. (( A.Koncalovskij)

" Il quadro non è altro che una parte di quello che non è nel quadro, il fuori quadro, quello che c'è subito prima, non soltanto nella durata, ma anche nell'immagine. Bisogna dare allo spettatore la possibilità di immaginare quello che non vede" ( A. Varda)

Io appendo al muro una fotografia e voi potete guardarla due secondi o 5 minuti. Restate davanti o ripassate l'indomani. Scegliete la vostra durata. Al cinema, è il regista che vi impone la durata dello sguardo ( A. Varda)

L'immaginazione che racconta deve pensare a tutto, deve essere divertente e seria, deve essere razionale e sognante. Deve svegliare l'interesse sentimentale e lo spirito critico. (Bachelard)

Perchè le persone non restano spesso insieme per la vita, si sa e in ogni storia d'amore, anche nel suo inizio, c'è già la fine, qualcosa finisce. E' un tema che mi ha sempre colpito e che mi colpisce ancora. ( S. Pollack)

Venezia storica, cinema all'aperto

Note al margine: " Il cinema, per me, è quindi sempre stato legato alla mia famiglia. Sono i miei nonni e i miei genitori ad avermi trasmesso questo virus di spettatore appassionato" (O. Stone). Citazioni tratte dal libro " Lezioni di Cinema ", ed. Castoro, bellissimo libro, intimo e collettivo come il cinema in sè.

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la lanterna magica

martedì, 24 giugno 2008
Incontri e assenze

Ho formattato il mio pc, è sempre una scansione del tempo nell'anima, traccia su traccia in mezzo ai bytes, ai nomi, alle cartelle che corrispondono a un modo di catalogare i giorni, e in qualche modo le emozioni, se mai fosse possibile. In queste notti ardenti mi sento molto fortunata, perchè ritengo di essere stata molto amata, ancora sento i bagliori e i fuochi nelle parole sparse sulla pelle. Altrettanto ho amato senza confini, eppure non ne chiedo il conto indietro nè c'è spazio per amarezza o rimpianto. I congedi li passo al setaccio, come un po' i giorni. In alcuni viaggi ci sono stati solo passaggi, in altri anche incontri con l'altro, il cui scambio mi porto dentro come autentica parte di me, tutto il resto scivola e anche ciò che pareva insormontabile adesso è minimale. Dalla mia auto il mondo sembra meraviglioso in ogni suo dettaglio, lo attraverso nei visi delle persone, nei colori intorno, nella luce che si rifrange fino alla mia pelle bruciata. Poi mi fermo sul ciglio della strada, basta un tramonto che senti davvero tuo per rendere eccezionale il ritorno a casa.  E tornano nella memoria roghi notturni di qualche storia fa, le curve sul viso, i toni morbidi e esatte affilate parole, le labbra assetate, le mani a trattenere brividi sulla pelle, i tasti per scriverne i mille lieti fini probabili: nessuna assenza manca. E ne sono felice, perchè mi sento piena di sole verso l'azzurro dei miei giorni carico ancora di nuove e belle stelle che sorridono nei miei occhi.

Foto di: Asis

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intermittenze

domenica, 22 giugno 2008
La solitudine dei numeri primi

Il romanzo del giovane Paolo Giordano è avvincente e sicuramente per stile capace di emergere dalla numerosa folla degli esordienti.
Il racconto si dilegua in 24 anni narrati dai due protagonisti, Mattia e Alice, dalla loro infanzia segnata ciascuna da un evento che indirizzerà tutto il resto delle loro esistenze alla conquista della maturità. Il tempo dell'adolescenza è quello che occupa la maggior parte delle pagine e la narrazione procedere col doppio binario fino al momento dell'incontro dei due protagnisti.
Lo stile di Giordano è asciutto, con la parola taglia e scolpisce la complessità della realtà che è fatta di eventi e di logiche ma anche di emozioni. Il metodo di indagine per raccontare vuole trascendere dalla realtà spesso dolorosa o comunque incomprensibile attraverso un'aritmetica delle relazioni e delle emozioni, un invoucro razionale di indagine quasi a creare una barriera per preservarsi dalle ferite, ma con quelle ferite che i protagonisti si portano addosso dovranno fare i conti per buona parte del racconto e solo accettandole come parte di sè riusciranno a procedere.
Nella storia dei due personaggi altre situazioni problematiche dell'adolescenza vengono sfiorate come l'omosessualità e l'anoressia, ma sono solo contorni entro cui Giordano prosegue la sua incessante investigazione ma anche la possibilità di riscatto, come la passione fotografica con cui Alice inizia a guardare diversamente il mondo.
E' un romanzo in cui l'assenza, il dubbio il ripensamento del proprio passato sono fortemente presenti: “Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante” è un po' lo spazio su cui i binari dei racconti doppi si sviscerano, anche se in modo diverso, impulsivo quello di Alice, strnuamente razionale quello di Mattia, comunicativo e espansivo quello della ragazza e discreto quello di lui, ma entrambi affetti da una solitudine divorante.
L'idea più profonda del romanzo è questo concetto di numeri primi gemelli: " Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l'aveva mai detto". Una toccante storia, perchè alla fine Giordano malgrado la sua razionalità e i suoi numeri per le passioni, sa arrivare al cuore, e sconvolgerlo. Una storia che ben si inserisce in quell'universo di disincontri che tanto amo, dandogli un ulteriore senso.

Note al margine: L'adolescenza è veramente difficile, ma lo si comprende quando la si è oltrepassata, abbondantemente e in qualche modo ci si fa pace...con l'adolescente di allora...

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babel

sabato, 21 giugno 2008
I papaveri, negli occhi

Quest’estate è un po’ crudele, e molto puntuale. Puntuale arriva al suo solistizio, le giornate si sono allungate e mi ricordano i cieli di Amsterdam con il sole fino a tarda serata, una sensazione di una notte più bianca e luminosa del solito.

E’ arrivata, finalmente, perché di pioggia e volubilità si ammala la mia anima. Credeva in questo mese ad un cammino più facile, ingenuamente in discesa, ma non ci sono stati sconti sulla sofferenza. Queste settimane sono state strane, mi sono sentita fragile e vulnerabile, in qualche modo scoperta. Non ho ancora imparato che non sempre si può essere accettati e amati, anche se in qualche modo tutti quanti abbiamo questi stramaledetti bisogni. Sarà per questo che mi sono rifugiate in nostalgie passate, in paure ingigantite dal mio senso di disagio, sarà per questo che ho chiuso la porta alle parole, e ho abbandonato la poesia non tanto come pratica letteraria ma come modo di stare nella vita. Disarmata, ho affrontato queste giornate che fortunatamente volgono al termine. Quando mi chiudo è perché non mi sopporto perché nel non amore e nella non accettazione io mi perseguito, incolpandomi. In questo tragitto mi sono riempita gli occhi di papaveri, almeno due volte al giorno negli sconfinati e inattesi spazi di grano che percorro per andare da casa a lavoro, e tornare. Piccole ferite rosse in mezzo all’imbrunire del grano. Voglio tenerli negli occhi come sigillo di un viaggio finito. Poi basta poco, il postino per esempio che ti porta pensieri e abbracci palpabili e tanto altro ancora di chi sta lontano fino a non sentirsi soli, le grida dei gabbiani che riconducano sugli spavaldi bastioni di St.Malò, il verde delle pareti dato un anno fa in un caldo pomeriggio di risate con la mia amica, l’abbraccio di chi ti ama anche quando si è insopportabilmente malinconici e un po’ tristi. Io sono molto orgogliosa, per cui a volte non so chiedere aiuto, o semplicemente non mi riesce parlare di me quando sto male, ma l’ho voluto scrivere questo passaggio, perché credo che sia finito, questo lungo lacerante addio da una fase della mia vita. Un paio di giorni fa ricorreva l’anniversario dell’alluvione di Cardoso, avevo vent’anni ed ero lì a scavare nel fango. Perché dal fango pazientemente si può scavare anche con fatica e sporcandosi le mani. Si troveranno poi papaveri rossi: allora erano ferite aperte al cielo, poi resteranno nella memoria  come simulacri di istanti preziosi e indispensabili del mio viaggio. Infondo non siamo che sinfonie, e dopo i silenzi e i tenebrosi adagi, risaliamo in musica, ancora allegramente con brio.

I papaveri negli occhi, giugno 2008, foto di Erika

Note al margine: Gli altri fanno quello che vogliono delle tue parole mentre sono sconvolti dai tuoi silenzi (Frédéric Dard)

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senza perdere la tenerezza

martedì, 17 giugno 2008
Il calcio magari...

alla fine è solo rumore di fondo...Ci sono luoghi, canzoni e fotogrammi che a volte ricerco con insistenza, in particolare quando ho voglia di piangere e non mi riesce, perchè in qualche modo contattare la mia parte fragile dopo anni che ho cercato di domarla perchè non mi facesse precipitare mi fa un po' paura. Allora so che ci sono "luoghi" che mi commuovono, in qualche modo "lavandomi" della corazza e spogliandomi avere coraggio, anche di essere fragili e sensibili. Questo blog è fra questi spazi. Questa volta però mi ha fatto tornare il sorriso.

Note al margine: ora la pasticceria italiana è dignitosa e squisita, ma per quanto riguarda i biscotti ricordo con piacere quelli alle spezie tipicamente olandesi, o quelli al burro salato nella meravigliosa Bretagna...

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bytes

lunedì, 16 giugno 2008
L'eleganza del riccio

Sono trascorsi mesi da quando ho letto questo libro. Prima passando in libreria ogni volta lo corteggiavo, lo prendevo in mano, annusando le lettere, sfiorando la copertina con curiosità e indecisione. Una sera mi è arrivato in regalo, peccato che l'attesa della lettura sia stata così lunga rispetto alla lettura in sè, durata pochissimi giorni. Solo per questo il libro in questione ha acquistato di diritto  una posizione discreta nei libri preferiti: far tornare la passione di leggere, con quel desiderio smisurato di " una pagina ancora poi chiudo" incuranti di lancette e di tutto il resto del mondo non è poca cosa. Mi è piaciuto molto perchè innanzitutto racconta di un incontro tra l'adolescente Penelope e la portinaia Reneè, un incontro che porterà alla graduale scoperta e consapevolezza delle rispettive che si nascondono dietro le parvenze  e le etichette. Un incontro che porterà insieme ed entrambe alla riscoperta dell'amore per la vita. La narrazione è rapida, incalzante, saggiamente ironica, malgrado l'epilogo che nel contesto tuttosommato riesce a non appensantire tutto l'apparato d'insieme. L'incontro è il principale tema del romanzo che inizia come un doppio diario attraverso cui veniamo a conoscere come le protagoniste si offrono al mondo e come realmente sono: una sorta di involucro che la metafora del riccio rende benissimo. L'arrivo di un terzo personaggio, il giapponese Ozu, è l'elemento scatenante che fa iniziare la scoperta di sè e quindi dell'altro nelle due protagoniste. Il libro è ricco di cinema, le citazioni di film e registi sono dirette e molto diffuse. Di riflesso, anche la separazione col suo dolore è centrale nella narrazione, e nei momenti principali sempre smorzata dall'estetica di un'arte sia il cinema, come nel caso di Lucien, o la musica, come alla fine del libro. Così come la Parigi di sottofondo entra ferocemente nella storia, con le sue banlieu e dilaniate e gli intellettuali medio borghesi in crisi, ma anche la Parigi dei palazzi e delle loro storie contenute in ogni appartamento, un po' come " La vita, istruzioni per l'uso " di Perec. Così che la portinaia, fine intellettuale e capace di grande amore, e l'adolescente che dietro le minacce lesioniste nasconde spirito filosofico per lasciarci pensieri, come piccoli tesori che tutti sappiamo ma che a volte ci dimentichiamo..." in fondo la vita è così, molta disperazione ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso...come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai..."

Note al margine: " Perchè d'ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo"

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babel

domenica, 15 giugno 2008
L'impossibilità di amore

Oggi fra pizzi e merletti, politicanti, musicanti e canne al vento, il teatro all'aperto è stato inaugurato con il Parco della musica: si erige fiero in mezzo alla natura pronto a fare di ogni nota un riverbero infinito in questo empireo che è Torre del Lago. Infondo Puccini, uomo moderno e appassionato,aperto al nuovo e al confronto culturale, ha molto a che fare con Sherazade. Storie della sua vita, personaggi palpabili e veri resi immortali nel trasporto in un racconto " altro ", magari in un esotico "altrove" dove però a suonare erano i piccoli luoghi della sua vita, come lo chalet del suo borgo divenuto il saloon della "fanciulla del lago" . La sua biografia sparsa così fra partiture e arie memorabili, eppure nelle note vita quotidiana allo stato puro.
Amore e thanatos, il succo del melodramma pucciniano, che primariamente ha raccontato toccando i vertici della composizione musicale e arrivando anche al cuore dei profani l'impossibilità di amore di essere sereno.E in tutte quelle donne dai nomi ormai mitici Mimì, Tosca, Liu, Cio cio san, Turandot, Minnie, alla fine racconta le donne della sua vita, ma anche la donna in assoluto con tutte le sfaccettature coesistenti nella medesima persona...la vittima, la carnefice, la fragile , la combattente,  e tutte le altre meravigliosamente come le sette note insieme, a volte in passaggi audaci, alternati a quelli più armoniosi di un'unica grandiosa melodia.

Note al margine: Ma perchè in questi europei i telecronisti urlano?

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sherazade

sabato, 14 giugno 2008
Murales

Le parole sono tizzoni ardenti, bagliori dagli occhi e poi crocevia radenti sulla pelle. Fino a inseguirne il solco lasciato sul bagnasciuga dell’anima.
Pisa, Murales, giugno 2008
Note al margine: "Mi sono steso su mille lenzuola
Cercando il fuoco dentro una parola
E le mie mani hanno applaudito il mondo
Perchè il mondo è il posto dove ho visto te.
Baciami baciami baciami
Mangiami mangiami mangiami
Lasciami lasciami lasciami
Prendimi prendimi prendimi
Scusami scusami scusami
Usami usami usami
Credimi
Salvami
Sentimi

"

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ivonne

martedì, 10 giugno 2008
Sor/risi di mezza estate

Quando penso a Risi, ripenso alle mie estati dell’infanzia, esattamente quelle intorno ai 9/10 anni. Sarà che allora andavo in vacanza a Quercianella, minuscolo paesino tra Livorno e Rosignano, a pochissimi Km della memorabile sequenza de “ Il sorpasso”. A giugno tutta la famiglia trasmigrava da Fireze, afosa e appiccicosa, verso questo rifugio marittimo, di scogli, di mare davvero blu, di piccoli misteriosi castelli e grotte romantiche facilmente raggiungibile a nuoto. La tribù femminile composta da mia mamma, mia nonna, mia sorella e mia zia restava là dal lunedì al venerdì, sotto lo sguardo vigile di mio nonno. Mio babbo arrivava per il wend e andavamo ad aspettarlo sulla strada io e mia sorella con mamma. Sembra una vita, a pensare che al posto dei cellulari c’erano i gettoni telefonici venduti in una pila di carta per l’unica cabina del paese. Solamente il wend si usciva la sera: giratina al porto passando dalla gelatera. Agosto era diverso, babbo era in ferie allora ci si avventurava alla fiera del libro a Castiglioncello, anche questa località così legata al cinema tanto che le vie sono intitolate ai nostri registri e in giugno da poco ospita un’interessante festival del cinema. Pertanto le serate di Luglio erano prettamente cinematografiche, nel senso che stavamo spesso intorno alla televisione tutte insieme a guardare i vecchi film degli anni 60 che puntualmente ogni estate davano, fra cui “Il sorpasso” e “ Poveri ma belli”. Ricordo che quest’ultimo mi piacque molto: aveva l’andamento di una favola, ma forse mi confondo coi ricordi dei miei nonni che durante il film tornavano a galla, fino a non distinguere più quale era il film raccontato e quello vissuto. Poi ci furono altri film, altre estati come “Sabrina” o “ Scandalo al sole”, poco prima che si aprisse quella lunga ferita chiamata adolescenza, che poi a distanza ha le sembianze di un sorriso.

Note al margine: da quanto tempo sorpresi da un temporale in bicicletta, non correte sentendo l'odore della pioggia sulla pelle? Sensazione ritrovata, dove tutto scorre...In questa mezza estate, dove la pelle si ustiona alternata a pioggia violenta ed inattesa.

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senza perdere la tenerezza