Quando lo straordinario diventa quotidiano, allora è rivoluzione.(E.Che Guevara)

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domenica, 30 marzo 2008
Tutta la vita davanti

Il legame tra esserci di Heidegger, le telefoniste di un call center, i personaggi di un reality. Si ride, e si piange. Ci si indigna, e ci si specchia. Il film di Virzì, così efficace quando racconta le vicende del mondo del lavoro, ha il merito di riportare sugli schermi un affresco pungente della nostra situazione lavorativa, e lo fa nel modo più autentico e allucinato possibile. Prima di tutto prendendo come fetta di lavoro ( o meglio di non lavoro) il settore dei lavori atipici, poi concentrandoci con equilibrio, sarcasmo e sensibilità la perdita di identità del sindacato, il non valore della formazione universitaria, lo show televisivo come contenitore entro cui molte esperienze della vita sono messe. Il call center sembra effettivamente un grande reality, dove però la disperazione e soprattutto l'alienzione è fortissima. In questo caso il vero dramma è che l'alienazione non è verso il lavoro ( alla fine chi ha poche risorse interiori crede che davvero la vita sia quella), ma verso il senso di realtà, per cui anche andare in bagno in orario lavorativo si percepisce come illegale. Filo conduttore della storia è Martina, fresca laureata in filosofia, che approda al call center come unico sbocco lavorativo. Intorno a lei ruotano universi incomunicabili eppure uniti dalla stessa precarietà che è in definitiva una condizione esitenziale e non solo lavorativa: la malattia terminale, la mancanza di sbocchi professionali, l'adultità genitoriale non raggiunta, l'infanzia abbandonata a sè, alla televisione e ai cellulari, la competizione assurda barocca e grottesca di queste opportunità lavorative. Il tutto è ben limato e raccontato, quasi evocato con precisione dignità e "giustamente dosato". I personaggi e le storie di Virzì attingono così alla commedia all'italiana, per renderci uno spaccato così reale e vicino dei nostri giorni.
Forse è per quello che viene da piangere: nello scorrere della pellicola per ogni storia raccontata vengono in mente i nomi propri delle persone che sono state nella nostra vita, come di chi non può alzarsi dalla postazione per più di una volta ogni 4 ore, di chi ha speso mesi mandando curriculum e ricevendo in cambio distinti saluti, del legame profondo al di là del sangue che lega chi accudisce chi sta morendo, di chi ha tentato un lavoro migliore fatto di classifiche e musichine da villaggio turistico per ritrovarsi poi senza niente in mano, di chi trovando lavoro come ricercatore adeguatamente compensato va incontro a un futuro oltreoceano mettendo il presente in sordina, in uno stand by da cui non si sveglierà. Non sono storie sullo schermo, ma vite che passano accanto e si incrociano con le nostre.Eppure è così, queste sono le tre parole che sinuosamente rimbombano nel vedere questo lungometraggio, sostenuto da un cast sicuro e discreto per confluire insieme in una solitudine di sfondo che non fa differenze e sciolgiersi in un abbraccio di una sconosciuta, luce costante della storia.
Una bella commedia dal merito di aver parlato finalmente di problemi reali concreti e quotidiani, nella palude dei nostri film così spesso persi in borghesi inquietudini esistenziali troppo staccate dalla realtà.


Note al margine: bella la locandina che riprende il quadro del quarto stato

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la lanterna magica

venerdì, 28 marzo 2008
Una pugnalata in un soffio

Nel teatro acceso di emozioni e forse bizzarro per le sue pareti bianche assolute, così dannose alle luci di scena, così di contrasto col buio sacrale della sala. Gli occhi si perdono prima ancora del cuore nei gesti ripetuti sul palco, nelle voci alterate. Ed i pensieri si staccano come una seconda pelle che prende il volo fino a costruire una storia a sé, distante eppure vera, un perdersi e intrecciarsi che smarrisce e in fondo guarisce. Essere seduti col corpo ed avere nella testa altri ritmi, altri odori che ballano, sensazioni forti nell’immobilità del luogo.
Poi d’improvviso alla schiena è una coltellata, precisa acuta e profonda, un brivido che corre lungo la carne e più a fondo fra i tendini. Un suono che riconoscerei tra mille, arriva scavando con la sua punta di diamante nella mia anima, morbido eppure acuto, limpido eppure soffuso, il sassofono di un tango dove si intrecciano le emozioni prima ancora che le gambe. Dal fondo procede lento e sottovoce, ne distinguo i passi a ritmo delle note e dei silenzi, ma non mi volto: riconoscerei il calore delle tue note ad occhi chiusi e forse anche ad orecchi tappati. Sono note che conosco, di quelle che toccano prima l’epidermide, facendo vacillare i sensi, poi passano in rassegna la mente e il cuore, ammaliandoli. Solo dopo risuonano nell’ascolto, e nello sguardo. Inatteso, improbabile, un passaggio che avvolge, che si attacca alle membra come una malattia, come una febbre impazzita, una passione in cui si vince solo lasciandosi andare. I miei occhi restano vigili, sguardo dritto, non volto nemmeno di un centimetro la testa: seguo i ballerini di tango sul palco terminare la rappresentazione. Ora il tuo sassofono sovrasta l’intera sala, spacca il buio, è quasi un grido, un pianto, un orgasmo. Mi passi accanto, parallelo alla mia fila, e non mi muovo, quasi trattengo il fiato per non far rumore. Tutto dentro si scuote. Quando sei davanti, io, già ubriaca di ricordi e confusioni, sono di spalle al presente, sulla schiena ancora il tuo respiro divenuto musica, fin dentro la strada scivolosa e umida di una notte di primavera troppo fredda per essere vera ma abbastanza crudele da farci perdere ancora.

Note al margine: Amo molto il tango, è qualcosa di più di un pensiero triste che si balla: è l'identità di un popolo, è passione e poesia. La musica sarebbe quella di A.Piazzolla, Libertango, che cercavo con un sax più accentuato come l'ho sentito dal vivo l'altra sera. Tra i tanghi che amo di più c'è questo e Roxane, ballato come in Moulin Rouge.

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sedicicorto

mercoledì, 26 marzo 2008
Colpo d'occhio

Film discreto, senza infamia e senza lodi, che può essere apprezzato per alcuni aspetti che lo rialzano dalla dead line del ns cinema.
La sinossi racconta del triangolo amoroso che intercorre tra un famoso critico d'arte, la sua assistente e un promettente giovane e fico artista. L'assistente molla il prof per il giovane arstista, ma il prof in maniera subdola calcolata e alla fine disperata farà di tutto per rovinargli la vita divenendo mentore del giovane e ambizioso artista, riuscendoci.
Il film è definitoun thriller, genere nel quale credo non abbiamo mai eccelso. Cmq sia ci son tutti gli elementi classici del genere: il triangolo amoroso, lo smascheramento graduale delle reali intenzioni del "macchinista" della tragedia, l'enfasi su oggetti elementi di indizio, e la collana che come oggetto è molto carico di una tradizione romanzesca e filmica notevole ( tra l'altro bellissima, come piacciono a me: di vetro azzurro, che fa due giri...e siccome l'ha fatta un artigiano di Viareggio non mi resta che cercarla : ). Inoltre ambientadosi nello sporco e sublime mondo dell'arte, l'estetica vuole la sua parte: non solo quindi i loft, le esibiizioni, i luoghi sono profondamente "artistici", contemporanei e quindi enigmatici, ma Rubini ci offre delle anticipazioni in piccoli dettagli ( come la macchia di coloronate per capelli che ricorre per tre volte fino a essere la macchia di sangue finale) che creano souspance e mantengono vivo l'interesse. Scamarcio è bello, ma non bravo: ha la stessa espressione per tutta la durata del film e visto che il lungometraggio passa dalla passione erotica ai litigi agli omicidi un minimo di variazione poteva essere produttiva. Rubini, saggiamente, si ritaglia un ruolo del cattivo che alla fine però non risulta essere il personaggio meno empatico. La Puccini, assoluta protagonista femminile, è il topos della donna che non dice sempre si, che comprende prima degli uomini ma nessuno le dà retta. Tra i pregi del film sicuramente ce ne sono 3: una sceneggiatura scorrevole supportata da un montaggio perfetto, essenziale senza un fotogramma in più, aver dislocato la storia in varie location italiane da poter ammirare così bellissimi e insoliti spaccati nostrani, il basso costo della produzione ( credo). Insomma la storia si regge bene, forse ci mancano un po' di attori. In realtà credo che il discorso di Rubini sia più sottile e quello che passa crudelmente al setaccio non sia il mondo degli scultori, ma anche quello dei cineasti, dilaniato storicamente dalla diatriba critici-autori, fatto sta che tutto il finale ad esempio è girato proprio alla Biennale. In fondo, anche la paura di un giovane che possa prendere spazio a discapito delle generazioni precedenti è un problema notevole nel nostro paese, specie nelle strutture culturali e artistiche. Forse la mano impressa nella sfera è l'autentico e positivo messaggio del film: il coraggio di esprimersi al di là delle logiche del sistema.

Note al margine: in effetti nel mondo artistico è difficile mantenere la propria autonomia e non scadere nei labirinti del "fare unicamente per piacere". Quanto agli artisti in effetti hanno un loro ego molto molto forte e proprio in virtù di tale difficoltà non potrebbe essere diversamente, credo...

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la lanterna magica

martedì, 25 marzo 2008
Voglia di Primavera

 

Note al margine: Poichè il post sulla canzone " A te" è stato uno dei più commentati degli ultimi mesi, poichè in questi giorni piovosi potevo dedicarmi ai miei passatempi preferiti e poichè le foto che contiene questo video sono per lo più passate di qui a simbolo un po' della vita vissuta e di quella raccontata.

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photopoeme

lunedì, 24 marzo 2008
L'ultima neve

Aspettavo variegati colori da fermare in macro, ho trovato il bianco, l'ultimo bianco. Ovattato, silenzioso, leggermente inquietante, monocolore, assoluto, morbido, gelato, intrigante, coprente: indistintamente.

Note al margine: Non mi piace molto la neve, ma credo che si comprenda...:) Parco dell'Orecchiella, 23/03/08

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sabato, 22 marzo 2008
Un taglio.

Ieri sono andata a dare un taglio ai capelli, impercettibile e quasi invisibile come sempre. Quando sono arrivata una signora stava aiutando un'altra signora molto anziana a vestirsi, mettendole il cappotto. Le ha poi stretto bene la sciarpa di lana al collo, visto il freddo e il vento di questi giorni. In quel gesto mi sono molto emozionata. Ho pensato a quante volte uscendo l'ho fatto a mia nonna, un gesto di premura che è forte e affettuoso come un abbraccio, come la testa sulla sua spalla. L'ho fatto spesso, con naturalezza, altre volte con apprensione. Sono piccoli gesti che facciamo per proteggere le persone a noi più care, gesti quotidiani, come a difenderle da ciò che fuori, sia un colpo di vento, la pioggia o altro. Poi alla fine il male a volte viene da dentro, e ogni difesa strenuante è inutile, come è accaduto a te, giorno per giorno, rapidamente. Ci sono giorni in cui mi manchi molto nonna, altri in cui ti sento vicina e ti rivivo in ciò che sono, nei ricordi che arrivano a sorpresa e allora ci scappa un sorriso, oppure nelle cose che faccio, come le tue ricette, come quando ascolto delle storie e mi vieni in mente tu, come quando avrei voglia di raccontarmi come facevo con te, senza schermi, come quando mi metto al tavolo che era tuo e ho portato con me, in questa casa nuova, a fare piccole grandi cose. Altre volte mi arrivi, un po' per caso, un po' alla sprovvista, come nel negozio ieri. E allora mi verrebbe da piangere e sarebbe un po' ridicolo nel bel mezzo di un momento che apparentemente non c'entra niente con la commozione. Però tale è l'assenza, così costante e imprevedibile. E' una mancanza dal lieve dolore, ma in qualche modo molto rassicurante. Mi ricorda di quanto sono stata fortunata ad essere stata amata da una persona speciale come te.

"Il sogno della Luna", Fondo di Vassoio, Erika, Settembre 2007

Note al margine: E ti vengo a cercare anche solo per vederti o parlare perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza.Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine un rapimento mistico e sensuale mi imprigiona a te.Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri non accontentarmi di piccole gioie quotidiane fare come un eremita che rinuncia a sé. E ti vengo a cercarecon la scusa di doverti parlare perché mi piace ciò che pensi e che dici perché in te vedo le mie radici.Questo secolo oramai alla fine saturo di parassiti senza dignità mi spinge solo ad essere migliorecon più volontà.
Emanciparmi dall'incubo delle passioni cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male essere un'immagine divina di questa realtà.E ti vengo a cercare perché sto bene con teperché ho bisogno della tua presenza.(F.Battiato)

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senza perdere la tenerezza

venerdì, 21 marzo 2008
Il primo giorno di primavera

E fuori è nuvoloso, anche se stamani c'era il sole, insomma è degnamente primavera: i tulipani si aprono e si chiudono a seconda della luce, con questa volubilità potrebbero divenire isterici.
Nel primo giorno di primavera il simbolo della pace compie 50 anni, peccato che rimanga solo un simbolo.
Nel primo giorno di primavera al posto dei fiori la città è colorata da cartelli elettorali (beato chi non ha anche le amministrative).
Nel primo giorno di primavera c'è anche aria di resurrezione, che trasuda nelle chiese dei riti o semplicemente nel cuore di ciascuno, come qualcosa di personale.
In giro ci sono molti turisti, soprattutto stranieri del nord Europa, e questo fa molto vacanza.
Già, come sentirsi in vacanza a casa propria, una sensazione bellissima, rilassante, e vivace. I miei sogni di notte si tingono di giallo e noir, sono molto emozionanti e ben fatti, come uno schermo privato dalla durata di un sonno. I miei sogni di giorno sono morbidi come la seta, odorano di iris, e suonano di tango. Il primo giorno di primavera lo adoro, e lo odoro. E' un inizio, e a me piacciono gli inizi, indipendemente da dove si arriva, gli incipit contano molto. L'altra sera ho visto uno spettacolo teatrale, iniziava con una danza di Sherazade, leggera sensuale in punta di piedi. Un po' come le favole che aspettano. Forse di essere raccontate, altre volte di essere vissute.
Buon equinozio a tutti.

Note al margine:http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/simbolo-pace/simbolo-pace/simbolo-pace.html

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mercoledì, 19 marzo 2008
L'equilibrista

...perchè a volte io non so riunciare al calore di un abbraccio, non un abbraccio qualunque, ma uno preciso dotato di un nome, di un profumo riconoscibile, di una forza e di un calore che non si annusa ma si avverte anche, e che resta addosso, palpabile non come una seconda pelle, me come l'epidermide stessa. E in quell'irrinunciabilità vedo una parte assolutamente vera di me...un barlume, un bagliore, un sussulto che germoglia e che si lascia andare. Malgrado gli anni, le difese, le paci armate e compagnia bella. E' l'esatto istante in cui l'equilibrista razionale e abile che ho affilato a suon di cicatrici per un attimo tace, lasciando spazio a quella parte un po' selvaggia e istintiva, affamata di vita, ancora, sempre.

Eros e Psiche

Note al margine: Non mi manca più l'aria. Un fiore aperto al cielo, gli occhi che senza paura guardano, vestiti leggeri e sensazioni a fior di pelle. Mi sento viva, come se tutto mi germogliasse dentro. Nessuna distanza, solo contatto.

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julie

domenica, 16 marzo 2008
La lunga notte di una sceneggiatura non scritta

Ogni anno mia madre in occasione di questo giorno mi ripete che quel giorno stetti per tutto il tempo sulle sue ginocchia, mentre lei seguiva il susseguirsi dei notiziari, con consueta tribù della mia famiglia. Mia madre nel 78 aveva poco più di 20 anni e io circa 2. E' sempre stata un'immagine molto tenera questa di me fra le sue braccia il giorno del rapimento di Moro e della strage alla scorta: è quella vena in soggettiva che rende più grumoso e passionale lo scorrere della cronaca che poi sarà storia. In quella foto trasmessa a parole ho sempre avvertito tutto il timore del forse più deleterio lungo momento della nostra repubblica. Ho avuto la fortuna di studiare poi quell'evento a scuola, forse non sempre troppo obbiettivamente per la vicinanza temporale dell'evento. Ho sempre sentito nei racconti come una spaccatura, come se dopo questo evento ci fosse un demarcatore doloroso e senza ritorno. Ovviamente io non ricordo nulla, ricordo che la mia infanzia fu molto serena e spensierata per via di una famiglia numerosa e compatta, ma c'era il "fuori" che mi incuteva molto timore. L'infanzia della mia generazione era segnata da eventi troppo crudeli e grandi, così incomprensibili per un bambino. Fu così che ad esempio della strage di Bologna del 2 agosto io non ricordo niente in presa diretta, ma rammento la paura di salire sui treni, specialmente in estate quando si partiva per il mare: in fondo tanta gente a Bolgona quel 2 agosto partiva anche le vacanze.. .Sono stati anni molto difficili per la nostra democrazia, ne sarebbero seguiti altri, con altre stragi, con altri poteri deviati, con altre vittime e carnefici, e tutto il resto del paese qualcosa di più che una folla di spettatori. Il puzzle non è facile da comporre, ancor oggi il gomitolo delle ragioni e delle persone è intricatissimo, come se qualcosa sfuggisse sempre. Eppure la notte generata da quegli anni è così archittetonicamente perfetta che al pari nessuna sceneggiatura scritta avrebbe retto al confronto e alla funzionalità. La lunga notte della repubblica per certi versi sembra ancora non finire. Mi piacerebbe credere che ci sia il chiarore dell'alba, o almeno crederci.In qualche modo, avere fiducia.  "Ognuno deve morire, ma non tutte le morti hanno lo stesso significato."( dal film " Buongiorno notte") 

Anche i tulipani sbocciano

Note al margine: e visto che li ho portati dall'Olanda non confidavo in questa impresa vivaistica. Ieri sera ho visto "Romanzo Criminale", filmicamente parlando a volte troppo televisivo, a volte invece ha delle sequenze da perfetto gangster movie. Al di là dei promettenti attori, il film merita la visione, perchè appassionato e crudele, forse come ogni voce di una storia che a stento ha trovato spazio. Una storia utile anche per ricomporre il puzzle sopra....

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senza perdere la tenerezza

venerdì, 14 marzo 2008
A braccia aperte

In due giorni di sole ho camminato molte ore. La voglia di luce, la voglia di caldo, i gradi che aumentano fino a far ribollire il sangue di stupore e passione.  Camminare fino a sentire le gambe esauste, senza una meta ma fermandosi negli sguardi dei passanti, negli studenti in riva al mare a suonare, nei primi castelli di sabbia. Amo le onde, in particolare dopo la tempesta perchè il mare è come rinato di un azzurro più intenso. Amo le onde, quelle bianche in particolare che cavalcano i destini, un po' come i sogni di ciascuno al galoppo nel nostro motore quotidiano. Camminare, anche sulla sabbia e divertirsi a inseguire le orme delle persone, dei cani, dei bambini, dei piedi nudi. Lasciarsi andare al tempo come fosse musica, e sentire la primavera che germoglia secondo per secondo a ritmo dei battiti esattamente dentro all'anima. Non sentirsi soli in mezzo alla bellezza del cielo che si rinnova e delle persone che passeggiano, ciascuna con la propria storia addosso. Ogni cosa, ogni palazzo noto, ogni vicolo, sembra essere qui per la prima volta. Ed essere qui anche un po' per me. Tutto è più facile, tutto è oltre, tutto è principalmente qui con me. Allora non mi sento così inadeguata, cioè proprio non me ne preoccupo, ci sono e questo è quel che conta, e questo è il bello...Canzoni che girano in testa, un respiro più profondo di sale e polline, e quindi. Le braccia aperte incontro alla vita che arriva puntuale ed imprevedibile giorno per giorno. Davanti al mio mare io mi sento felice, mi sento nuova e al contempo me. Mi sento. E a volte mi basta questao, davvero.

Unreal sea.

Note al margine: ecco un raro e prezioso momento in cui mi sento in pace con l'universo...:)

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