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Foto from Kuba
Note al margine: Oggi è un giorno che non eesiste, o meglio, che esiste ogni 4 anni...ha un che di magico, di sospeso, di assoluto, di straordinario nella sua quotidianità. Un libro che amo, "visto" da lei che stimo...
Tutta la linea femminile della sua famiglia annoverava passione e abilità per la cucina, una bisnonna persino cuoca presso una prestigiosa famiglia ebrea in Toscana subito dopo la guerra: attraverso questa esperienza la bisnonna entrò nel mondo della lettura e della scrittura poichè i "padroni", come li chiamava lei, le insegnarono a leggere e a scrivere per seguire le ricette dei libri, compilare la spesa e altre attività inerenti la cucina. Quando i fornelli salvano dall'analfabetismo. Ritagliarsi un proprio spazio culinario in un universo matriarcale così ricco e personalizzato non fu affatto facile, ma fin da piccola si sentì sempre molto attratta dall'alchemia degli elementi, dal potere del cibo vissuto non solo come sostentamento ma come momento di scambio e incontro. Divenuta adolescente si prese con forza l'unico spazio rimasto libero: quello dei dolci. In casa sua la tradizione dolciaria era molto scarsa, a differenza di tutte le altre pietanze. Anni più tardi un'amica appassionata di cibo e riferimenti psicologici le rivelò che il dolce indica il proibito, e volle credere a questa romantica e avvincente accoppiata. Qualsiasi dolce nelle mani di Vanny veniva subito buono alla prima prova, conquistando così i palati dei familiari. Da allora iniziò a raccogliere le proprie ricette in modo molto sistematico, e con svariati mezzi: scrivendo appunti in un quaderno color verde, trascrivendo le ricette con la macchina da scrivere che si era fatta regalare per un compleanno e più tardi sui tasti del pc. Successivamente la cerchia dei familiari si allargò a quella dei conoscenti, degli amici e dei compagni: i dolci erano impegnativi come un tango, calibrati nei sapori nell'essenze e nelle grammature, sensibili al minino cambiamento. Ci fu un periodo in cui intorno ai 20 anni aveva deciso di ritrovarsi ogni mercoledì prima di andare al lavoro con gli amici per fare colazione insieme a casa di uno di loro: ciascuno portava qualcosa, così si iniziava la giornata in un ambiente familiare e rilassante. I suoi dolci avevano molto successo, in particolare il plum cake. Vanny era molto attratta dall'esotismo e dalle ricette etniche e così questo presunto dolce anglosassone le parve perfetto per la colazione. Inoltre era anche molto orgogliosa e le piacevano le sfide: alle colazioni partecipavano anche degli angloamericani e provare le ricette delle loro origini era per lei un ulteriore scambio ma anche una prova rischiosa. Il suo plum cake fu degno anche degli anglo americani. Nel giro di pochi anni gli amici si persero di vista, finirono le uscite, le chiaccherate e le colazioni e quindi anche i plumcake. Per anni Vanny non si azzardò più a fare l'appassionato dolce, fino a quando non cambiò casa. Poco dopo il cambiamento le venne in mente di fare pace con quel passato, ricominciando a fare il plum cake, il che equivalse a 4 torte buttate via con suo grande scoraggiamento, poichè il mitico plum cake non voleva saperne di tornare fastoso come era. Inizialmente pensò che fosse la ricetta: di fatto le ricette erano due, una scritta a mano e una su un libro logoro. I suoi occhi le suggerivano il libro perchè si vedeva così nei giorni addietro, ma il cuore le siggeriva il quaderno. Comunque sia entrambi i tentativi fallirono rovinosamente: il plum cake non cuoceva dentro, strabordava. Allora cercò di variare le grammature, ma il risultato fu ancora negativo. Per Vanny era ormai una sfida: accertata che la ricetta giusta fosse quella del quaderno, il plum cake doveva venire. Altre ipotesi congetturate per il fallimento: forse le fruste per montare gli albumi, forse il forno nuovo era un disastro. Ma anche il quarto tentativo porto solo una molle brodaglia. Quasi sconfitta Vanny si giocò l'ultima carta: la teglia. Ricordava i suoi 20 anni e una teglia larga antiaderente, più lunga di quelle in alluminio usa e getta che si trovano in commercio. Quella teglia aveva fatto una brutta fine in una pulizia generale paterna. Un giorno a un mercato ne vide una grande uguale e per istinto la comprò: probabilmente il plum cake strabordava perchè cotto in un recipiente piccolo. Quel pomeriggio ritentò l'arembaggio: miscolò con passione gli ingredienti, infornò e il plum cake sfornato era gustoso soffice e cotto come nei migliori happy end. La mia bisnonna fu salvata dall'analfabetismo grazie ai fornelli, io posso dire di essermi ricordata quanto sia importante prendersi lo spazio che ci serve grazie a un plum cake.
Note al margine: buon lunedì a tutti! Il mio inizio settiamana è stato raccrapicciante, ma ero preparata alla cosa e questo ha generato indifferenza sana verso il mio contorno, quell'indifferenza che dà fastidio agli attaccabrighe, e che salvaguarda se stessi. E comunque sono molto felice, anche per l'oscar a D.D.Lewis: come non innamorarsi di lui da adolescente in " In nome del padre"? Forse è anche per questa suggestione che l'Irlanda è tra le mie prossime mete ideali;)
I.Allende, 2008.
I giorni prima del dolore. I giorni dopo il dolore.
I giorni di Paula. I giorni dopo Paula.
I giorni della vita. La somma dei giorni.
Si comprende dal mio nick e dal mio blog quanto sia stata affascinata dai romanzi della Allende, che ho letto tutti, eccetto Paula dove sono rimasta a svariati punti senza mai trovare la forza di andare avanti, per troppo dolore. Confesso che amo molto i suoi primi lavori ( La casa degli spiriti, Eva Luna, D'amore e ombra)e che ho trovato molto ironico e squisitamente accattivante " Afrodita", certo è che dopo la morte della figlia, appunto Paula, la vena creativa della scrittrice cilena è entrata in una nuova fase, sperimentando generi nuovi come la letteratura per ragazzi e il romanzo di ispirazione storica, esperimenti che mi hanno un po' delusa.
All'interno di questa vasta produzione hanno trovato spazio alcuni libri in primissima persona ( primissima perchè credo che specialmente in questo caso l'autrice anche quando inventa parla molto di sè) come la lunga intervista " La vita secondo Isabel" e "il mio paese invanentato" che invece godono, a mio avviso, di freschezza e immediatezza. Accanto a questi possiamo porre l'ultimo libro uscito da un mesetto " La somma dei giorni ". Sembra quasi che la Allende mantenga quella magica ironia e piacere di racconto quando parla di sè, della sua numerosa famiglia, della sua vita: allora gioie e dolori non sono travestiti da eroine lontane di epoche distanti, ma da autentica quotidianità dove netta è la sfera della scrittrice, della donna, della madre, della nonna, della compagna e al contempo tutti questi ruoli insieme. interlocutrice di queste pagine è ancora Paula, ora una presenza, un destinatario primario discreto e non invasivo a cui raccontare. Credo che l'esemplarità di queste pagine sia proprio il fatto che siano vita vera, vita condivisa, vita quotidiana, vita di cui poi ci si racconta a se stessi 50 versioni e per questo vicina al lettore. La narrazione è scorrevole e credo che l'autoironia sia sempre la miglior arma narrativa di questa scrittrice. Accanto allo scorrere dei giorni propri ci sono i contorni storici e politci dagli anni 90 ad oggi, come ad esempio il doppio 11 settembre come Twin Towers e golpe in Cile. E' anche un libro di viaggi e di cambiamenti del singolo e della società. Il segreto della Allende è saper creare una sorta di complicità con chi legge. Anche il femminismo a volte invadente di altri libri che spesso ha reso antipatica la scrittrice al pubblico maschile, qui è più smussato come arrivare a questa conclusione: si sta bene anche soli, ma in due ci si diverte di più ( al di là del tipo di coppia...ovviamente ;)
E' un libro bello, si legge in un baleno, più che un libro una piacevole compagnia che fa scattare quella "solidarietà" non solo femminile col prossimo: è un libro che invita ad aprirsi all'altro, malgrado tutto.
Note al margine:" Le piccole abitudini di tutti i giorni ci uniscono più dei tumulti della passione; quando siamo separati, è questa danza discreta ciò che più ci manca".
La trasparenza delle cose, e la lente entro cui tutto si ridimensiona.
Il bosco che diviene di ghiaccio, e frammenti di cielo che brillano, riflessi.
La terra sotto la coltre che dorme, un bianco che consola, che urge e tempesta.
La forma di un attimo, immortalata eppure dinamica.
Il disgelo dopo la britana, e la lacrima soffocata che lenta fuoriesce.
Anche il freddo ha il suo fascino, come il dolore
che stilla piano piano, fino a sembrare una danza.
Il ghiaccio che nel vortice diviene tempo
semplicemente
scivola via
e più non è.
E quindi acqua, e ancora, ancora, ancora
rinascita.

Drops, Campo Cecina, 24-02-2008
Note al margine:L'ultimo gelo
Ho visto il film il giorno stesso in cui era uscito, da ammiratrice di Moretti, in un secondo spettacolo affollatissimo. Confesso che mi è piaciuto molto, perchè credo che il Moretti attore dia il meglio di sè quando non è direttamente regista, anche se il film è autenticamente Morettiano, specialmente nei dialoghi e nei tempi. Non ho letto il libro, ma Veronesi non mi dispiace: ho letto altre cose e anche se non son capolavori son abbastanza coinvolgenti scorrevoli e scritti bene. La pellicola si svolge intorno all'elaborazione di un lutto da parte di un padre e di una figlia, rimettendo in gioco relazioni, visioni sulla propria vita e sul passato a volte non così chiaro come pensavamo o come ce lo eravamo immaginati, ma anche sulla derisione del destino che a volte si beffa permettendoci di salvare una vita quando ne perdiamo un'altra.
Mi piacciono moltissimo le liste ideate nel film:uno schema apparentemente rigido entro cui flutta il resoconto che l'elaborazione di un lutto porta con sè.
La panchina , luogo su cui si svolge il 90% del film, è un oggetto molto denso, che si impregna di attesa, di sfoghi, di riflessioni, è al contempo luogo di solitudine e di scambio, è anche il prototipo dello spettatre che guarda senza rimanere insensibile. Per quanto riguarda il sesso è dai tempi di ultimo tango ( che ovviamente ricordo che universitaria memoria) che non c'era uno schieramento così deciso da parte della Cei. Schieramento che trovo ingiustificato non solo se contestualizzato nel palintesto televisivo spesso volgare e molto più inconsapevole come mezzo per lo spettatore rispetto al cinema, ma anche in sè: è una scena di sesso violento, duro, doloroso, pieno di rabbia come un senso di espiazione, ma il sesso è anche questo. La scena per altro è girata e ripresa magistralmente.
L'universo del film e dei personaggi ruotano intorno a Moretti, e in questa rotazione è di certo la paternità che secondo me è stata ben rappresentata: tra padre e figlia esiste quel legame fatto di gesti più che di parole che è paradigmatico nella maggior parte dei rapporti e che già si vede in questa tenera età. Qui il senso del rapporto è visto come crescere insieme, senza però la confusione dei ruoli che oggi riscontro in molte famiglie. In questo la sceneggiatura e la regia sono state eccelse: rappresentare un rapporto in maniera dignitosa, profonda, evolutiva, difficile e anche commovente senza scadere nel banale ma ricalcando un sentimento che sa di vero con quella capacità di maturare e farti prendere coscienza che solo i bambini a volte hanno. Il cammeo di Polanski basta a se stesso: già da come si strofina le mani appena vede Moretti si comprende che seguirà una scena di gelosia, e non una proposta di lavorativa, con certi personaggi basta davvero la presenza.

Note al margine: Stanotte ho sognato che in classe veniva il figlio di Moretti ed io mi complimentavo per la famosa scena, in maniera molto tenera, non tanto per la visione complessiva della sequenza quanto piuttosto per il senso di libertà e di essere se stessi che esprime...la saggezza onirica a volte supera quella da svegli....
Ritorno al mio pc, come chi torna al proprio pianoforte dopo averlo lasciato per un po': seppure i tasti non cambino nella propria scala, nella propria tastiera c'è quell'aria di casa e di intimità che i polpastrelli sfacciatamente portano dritto all'emozione. Ritorno alla primavera sebbene sia freddo, ma mica importa: c'è sole, tramontana, luce, una sensazione che disinfetta i dolori per farli cantare. In questo tempo che sembra più dilatata e intenso dei relativi 15 giorni di non scrittura, di non compagnia, se fossi stata un albero, sarei stata un salice piangente, in cerca di un luogo dove sciogliere il nodo in gola, circondato da altri fusti molto più alti, con la mia chioma riversata su un ruscello per farsi accarezzare dallo scorrere del fiume, e sentirne il suono tra i grovigli personalissimi del vento e dell'acqua, oltre la corteccia nodosa e impermeabile con cui mi sono nascosta. Ero la foglia accortocciata ad incontrare un po' di male di vivere, come tutti, e, al contempo, come nessuno.Lettere da Berlino con occhi personalissimi, ideazione di nuove rotte. Ho visto Roma, tutta Roma in un baleno di andata e ritorno , nella corsa di un taxi, nello sporco dei finestrini, tra un film un sogno e spiccioli di ricordi: eppure luoghi amatissimi che mi fan sentire viva ogni volta che li rivedo, un tocco che mi ha riportato fiducia. Poi d'improvviso la musica tra i binari, e dinanzi il rosa del tramonto verso Civitavecchia, vecchie note che sanno di nuovo di sano oltre al proprio caos calmo, che ciascuno ha il suo, un brivido lungo e affilato che mi raggiunge, e mi sento, finalmente mi sento. Lentamente tutto il resto che scivola sulla pelle, come il setaccio fra le cose importanti e quelle tumorali. Adesso, qui. Un colpo al cuore, una corsa all'ospedale e vederla sul letto pieno di flebo una delle mie migliori e assolute amiche mi risveglia in quel delirante e forte viaggio che sono le corsie ospedaliere. Niente di grave intorno a me, in fondo non è accaduto niente. Dentro il caos, ma sto tornando, magari è importante dirle le cose senza troppi fronzoli, così come vengono. Magari non importa nemmeno metterle a posto, ma ritrovarsi, e tornare a se stessi dopo un'assenza dolorosa da sè, esattamente da sè...

Foto di Arik
Note al margine: Mi chiedevo cosa facevate, come avete passato questo Febbraio che volge al giro di boa...mi chiedevo, e in qualche modo vi pensavo. Quando mi assento da me ho così paura della mia sterilità verso gli altri che mi nascondo. In tutto questo grigiore, ho fatto un sogno bellissimo: ho sognato che stavo girando un film in costume con D.Lewis ( che adoro da decenni ), dove lui interpretava un presunto nipote di Napoleone e io ( pensate un po') una presunta nipote di Paolina Bonaparte ( che colorò questa mia terra d'adozione di bellezza e amanti)....per quanto improbabile era un bellissimo sogno che poi, a modo mio,ho proseguito con la mia inaspettatamente fervida immaginazione. Ps grazie, a tutti.

Foto e testo di Erika
Note al margine: Sto cercando di realizzare una filmografia su " Gli invisibili", ossia documentari e film riguardanti la condizione operaia in Italia, sia come indagine sociologica che come pretesto per storie personali. Se avete idee scrivetele qui sotto...grazie!
Vorrei confondermi con la pioggia e colorarmi di sensazioni fino a evadere dal piombo del cielo.
Vorrei sedermi in un cinema vuoro e avvolgermi nello schermo come fosse un lenzuolo a coprire ogni lembo di pelle.
Vorrei che mi fossero spuntati gli artigli, piuttosto che la gastrite.
Vorrei battere i pugni e frantumare il vetro della mia fragilità.
Vorrei delle mani in cui posare le gote e dondolarmi al solo suono del mio battito.
Vorrei farmi cullare dalle onde, piuttosto che rigidamente rimaeere immobile quale bersaglio del tiro con le freccette.
Vorrei nascere di nuovo ed essere meno rispettosa, più cattiva, più egoista.
Vorrei silenzio e lunghi sonni, vorrei notti tranquille senza gridare col fiato affannato "mamma".
Vorrei nascondermi, sotto la neve, sotto il tavolo, sotto un desiderio, sottocoperta.
Vorrei un'isola selvaggia in cui perdermi.
Vorrei parole libere, e non calcolate.
Vorrei nodi che si sciolgono: nei groppi in gola, nei bavagli delle emozioni.
Vorrei far morire i tumorali pesi di certe condizioni, ed allora germogliare nuovi spazi.
Vorrei dare diritto alle mie passioni di scalpitare.
Vorrei sentire, si sentire, anche solo sottilmente.
Per uscire da questo guscio di solitudine e rumoroso dolore in cui mi son chiusa.

Foto: Bluefam