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Note al margine: in questi giorni dalla mia adolescenza è tornata questa canzone, mi pare adatta per scivolare nel nuovo anno
I believe in you and me I believe that we will be In love eternally Well as far as I can see You will always be the one... For me Oh yes you will And I believe in dreams again I believe that love will never end
And like the river finds the sea I was lost, now I'm free Coz I believe in you and me I will never leave your side I will never hurt your pride When all the chips are down I will always be around Just to be right where you are My love Oh, you know I love you, boy I will never leave you out I will always let you in To places no one's ever been Deep inside, can't you see That I believe in you and me Well maybe I'm a fool To feel the way I do But I will play the fool forever Just to be with you forever I believe in miracles And love's a miracle And yes, baby you're my dream come true I was lost, now I'm free (Oh darlin') I believe in you and me See I was lost, now I'm free Coz I believe in you and me.




A teatro ho trovato grandioso ( e ancora non ho avuto occasione di scriverlo) il signor G di Marcorè, così attuale così personalizzato da Marcorè, in perfetto equilibrio tra un'eredità imponente da riproporre e una personalizzazione autoriale di quanto è capace Marcorè. E vedere il teatro pieno di giovani è davvero grandioso.









In questi giorni rai3 in ricorrenza della morte di C.Chaplin ( fatto che rende il mio amato 77 ancora più speciale) ha trasmesso molti dei suoi capolavori. Scrivere di lui sembra quasi superfluo, perchè tutto è stato detto, visto, rivisto. L'icona del suo Charlot fa parte di ognuno di noi, non solo come simbolo di una cultura senza nazione nè tempo, ma proprio come ombra riflessa di ciascuno nel proprio intimo. Chaplin ha avuto una vita intensa, come uomo e come genio. Ha fatto la storia del cinema, pagandone spesso le conseguenze, lezione quella del maccartismo di come da sempre il potere censuri chi tramite l'onesta ed intelligente risata denunci e contrasti chi detenendo il potere cerca di accecare le folle, privandole di coscienza e libertà. Charlot è parte di ciascuno di noi, è la
rinvicita della parte imperfetta semplice romantica e forse più autentica che è in ciascuno di noi. Potremmo parlare del
gesto e della metafora, entrambi fortissimi e capace di comunicare senza sonoro. Oppure dell'utilizzo del corpo che Chaplin utilizza magistralmente e in modo direi unico per far ridere pensare spiazzare parlare. Dei suoi grandi occhi neri, della scelta del suo vestito oppure della sua camminata, di quanto un gesto conti a volte più di mille parole: ogni piccolo dettaglio in lui è grande. Ma credo che tutto ciò sia (importante) teoria del cinema, poi c'è la parte palpitante, che è quella personale, del cuore
oltre lo sguardo. Dei nostri occhi fanno parte quasi come un dna insito piuttosto che acquisito il grande dittatore che gioca a palla con il globo terrestre, l'operaio macinato dagli ingranaggi della catena di montaggio ma anche ossessionato dalla macchina che lo "imbocca", i pattinatori che amorevolmente scivolano sul ghiaccio, le lacrime della ballerina in luci della ribalta, il contrappasso del Mr Verdoux e ovviamente Charlot che spia con il monello da dietro una porta, parte integrante della mia tesi sul rapporto tra cinema e bambini. Però sinceramente potendo scegliere la mia sequenza preferita, il "mio" film di Chaplin è "Luci della città", perchè è uno di quei film che io definisco " cosa è il cinema". La storia d'amore tra la fioraia e charlot è struggente bella pura appassionata, ma il segreto per cui questo film è parte di me è proprio perchè rappresenta nel suo substrato per altro facilmente accessibile allo spettatore, il cinema come mezzo per guardare la vita e le cose con occhi altrui. Tutta la storia giocata sul vedere-non vedere, svelare, ri-vedere, e rimettersi in gioco non è altro che il gioco infinito in cui consiste l'anima del dispositivo cinematografico, l'essenza primordiale a di là di stile scuole e storie. E' un messaggio forte, che pochi altri film non solo contengono ma "sono". E poi infondo, parlando d'amore, non è anche accettarsi guardarsi scoprirsi conoscersi amarsi per quel che si è sotto quel che si appare quel che fa la differenza? Su un segnalibro ho questa frase che traduco dallo spagnolo " La vita è meravigliosa, basta non temerla" ( C.Chapli). Allora poco importa di quanto a volte ci sentiamo inadeguati come Charlot...anche per quella parte di noi la vita è grandiosa, e credo che sia questo uno dei messaggi di Chaplin, continuamente gridato dalle sue pellicole in bianco e nero...gridato senza parole, ma con le storie di soli importanti insostituibili gesti.

Note al margine: In un pomeriggio di pochi anni fa, in pieno inverno quando fuori è buio, con le cuffie della cineteca universitaria tra i riverberi dei moniotor, io mi sono commossa vedendo Luci della ribalta... adoro le persone, perchè prima di tutto i geni son persone, che trasmettono una così grande voglia di vivere.

Un Natale ... dolcissimo, sereno, pieno di fiducia e ...quel sano stupore delle fiabe;) Per questo mi piace l'omino di panpepato, non conosco la sua fiaba...ma mi fa molta tenerezza^_^
AUGURI!!!

Gli occhi di Marco Bechis sono anche quelli di un regista cinematografico, occhi che mi sono arrivati dietro la macchina da presa coraggiosa cruda reale meritevole audace e vera di due suoi film, " Garage Olimpo " e " Hijos". Sono occhi che hanno saputo raccontare attraverso il film il dramma dei desaparecidos, dramma di cui sempre si è parlato molto poco, e con questi film Bechis ha reso palpabile la storia, avvicinandola al grande pubblico. E fra i meriti di Bechis c'è indubbiamente quello di aver riportato questa orrenda pagina della storia dell'umanità sul grande schermo, non solo una denuncia ma prima di tutto il racconto di una persona come lui che quella pagina non l'ha solo letta ascoltata da altri ricercata nel suo lavoro di interviste e poi passata ai nostri occhi mediante la composizione di un film. Quelli come lui quella storia l'hanno vissuta. Mi sono sempre chiesta quanto debba essere stato difficile raccontare mediante un film un fatto così cruento e inumano. Il racconto certo è crudele, si scelgono le parole adatte i tempi, nel film in aggiunta c'è anche la riproposta mediante una messa in scena di momenti persone e crudeltà vissute, dai segni indelebili sulla pelle e nell'anima. Credo che sia stato davvero dura farne un film, e probabilmente la possibilità di raccontare in un lungometraggio per quanto difficile in qualche modo aiuta, almeno lo penso io, a riscattarsi, a andare avanti, a sentirsi curare per il diritto di raccontare. Ieri sera a notte tarda su rai3 Marco Bechis era tra gli intervenuti al processo sui desaperecidos italiani svoltosi nel nostro paese. I suoi occhi chiari raccontavano in maniera lucida e partecipata, con dignità ma anche con tanta sofferenza. A un certo punto il racconto si è interrotto per un attimo di disperata commozione. Poi è ripreso, liscio come prima. Per tutta la durata dell'intervento i suoi occhi chiari sono rimasti costantemente lucidi, con un velo percettibile di lacrime trattenute. Occhi che hanno vissuto che hanno raccontato che hanno cercato e intervistato che hanno ricreato una storia per regalarla ad altri occhi perchè non si dimenticasse. Io quegli occhi me li porto dentro, come uno sguardo pieno di verità e dignità di chi non può dimenticare le atrocità vissute, ma al tempo stesso non può dimenticare la forza della vita e la volontà di crederci.

Foto tratte dai film citati
Note al margine: La famiglia di mio nonno è tutta emigrata in Argentina, qua rimasero lui e sua mamma che morì poco dopo, anche per questo mi ci sento molto legata, all'Argentina.
Con i bambini Natale è più facile: sembra quasi di percipirne la magia a pelle, nei loro racconti di Babbo Natale, nel loro stupore per ogni piccolo dettaglio, nella loro curiosità nel chiedere quella che per loro è quasi una favola in 3d del presepe e fanno il terzo grado sui personaggi, specie quelli dei "mestieri" e ogni volta la vogliono sentire esattamente uguale. Con i bambini Natale è quasi felice, perchè a me le feste hanno sempre messo un po' di tristezza, forse perchè inconsciamente fin da piccola nel rifiuto di quei pranzi familiari affollati e recitati, ho sempre avvertito una tensione durata anni e poi esplosa. Da allora i pranzi sono più riservati, e più veri. Mi viene da pensare alle persone lontane, quello nel tempo è un pensiero soffice e caldo, che sento come qualcosa che mi copre e mi difende, quello nello spazio e nelle non notizie mi domando come saranno. A tutti i visi che ho visto passare, che ho vissuto o semplicemente incrociato. C'è anche una parte bella, quella del desiderio. A Natale ci si sente in maggiore diritto di desiderare, e credo che sia uno spazio bellissimo per l'anima, il desiderio. Fa sentire vivi vivbranti avvinghiati alla vita, pienamente in essa. Quindi è un po' come le milioni di lucine intermittenti, ci sono i momenti malinconici un po' bui, e quelli sfavillanti ricchi di sogni affetti e desideri. Un firmamento a cielo aperto, impresso negli occhi, che rintocca nel cuore.





Note al margine: alcuni genitori mi han regalato un ciclamino...chissà se resisterà sotto le mie mani;) E' un fiore delicato d'aspetto ma forte dentro...un bel messaggio. E oltre la cannella l'odore di anice stellato mi ristora dentro...




Note al margine: A volte mi perdo in queste intermittenze di luci di rossi e di soffici brividi, di forme evanescenti, di pensieri affettuosi, di ricordi mielosi. A volte mi perdo nella brina del mattino, nella burrosità dei biscotti su cui rotolano i miei angoli troppo aguzzi, nei canti delle strade, nelle folle elettrizzate di questi pomeriggi. E' un perdersi bello, dove non c'è paura, uno smarrirsi che si trasforma in colori avvolgenti e rende leggeri, rende altrove.
Percorrerò ancora questa strada, la ripasserò mentalmente nei miei ricordi, la passerò rallentando sulle gomme e qua nei paraggi sarà un po’ come tornare a casa.
E così domani finisce, qui, esattamente dove ho iniziato, veramente anni fa quando i capelli erano neri, e lunghi fino al sedere. In fondo mi pareva un epilogo migliore qui, tra le pareti che mi hanno vista cambiare, crescere e persino invecchiare, tra le pareti dove ho lottato amato come donna, come persona, inscindibilmente, un epilogo quasi familiare, più naturale, rispetto ad un ristorante con la grande sala da ballo. Le mie cose le ho quasi portate via tutte, domenica per l’ultima volta ho stirato il mio camice, bianco ed impeccabile,lo utilizzerò per le grandi pulizie di primavera. Ho puntato la sveglia esattamente alle 5.30 come ogni mattina da 24 anni a questa parte, nel silenzio della casa mi sono lavata truccata preparata, scendendo le scale ho mandato un bacio ai miei figli e a mio marito, un bacio pensato per non svegliarli. E poi via, da venerdì tutti a casa. Penso a quello che non ci sarà più: non più l’attesa delle ferie d’agosto, del buco di dicembre, il cambio turno con la collega, il panettone aziendale, le chiacchiere alla macchinetta del caffè, i cappottini tagliati e cuciti ad arte addosso a colleghi e capi. Io qua non ci ho lavorato, ci ho anche vissuto. Non un doppio binario ma semplicemente parte integrante della mia storia. La mia storia, tra il rumore assordante di queste macchine alla catena di montaggio, e nel cuore il rumore dei miei sentimenti. Io alla catena di montaggio, a contare i minuti che mi mancavano per l’ennessima strisciata della fuoriuscita, io fra i conti delle marchette e i soldi messi via per un profumo, una casa, un regalo, io , sola con me stessa e i miei amati pezzi da montare a cercare di rassettare i momenti sballati di una vita che si impara strada facendo. Io ragazza moglie madre amica dipendente e poi responsabile. Io con le nuance variate dei miei capelli e dei miei anni. Ma gli scioperi li ho fatti fino all’ultimo, fino a quello di una settimana fa perché ci credo. Anche adesso. Ci credo davvero che nobilita lavorare, anche quando costa fatica, anche quando non è il massimo del desiderio, ma non fino a dare la propria vita. Per me venuta da una montagna troppa alta. Ad esempio, ho imparato a guidare l’auto per venire in fabbrica da sola, e poi, da quasi vecchia, ho persino imparato a usare il pc per il controllo qualità dei pezzi. Non lo avrei mai fatto senza il mio lavoro. Io, questo lavoro di turni troppo pesanti, di orari che strangolano, un ambiente più maschile che femminile, ho imparato a farmi rispettare, anche alzando la voce, ho imparato a farmi spazio, a dire, con i gesti, “ io ci sono”, ho imparato a scegliere tra una casa imperfetta, i sughi preparati la domenica e congelati e qualcosa di “mio” da portare a casa. Qui non ho solo incontrato la parte più vera di me, ma anche gli altri. Altre donne, altri giovani, altri uomini, un contatto costante e pieno con la vita. A dire il vero ho quasi paura, sarà per questo che oggi ho portato i pasticcini con le mie colleghe di turno, e ho persino una volta rimbrottata il nostro capo dal braccio sempre troppo corto. Sono giorni strani, qualche sassolino dalle scarpe adesso posso togliermelo. E da venerdì le mie giornate saranno silenziose, senza sveglie puntate a ricordare il passare del tempo e senza il rumore di questi macchine piene di ferraglie? Saranno giornate lunghe, nuova da inventare, ed è una vita che non pranzo durante la settimana con mio marito, cosa ci diremo? Non lo so, avrei voglia di viaggiare, di fare cose nuove. Si infondo da venerdì mi si aprono mille prospettive, è un po’ come quando finisci la scuola: sei felice, sei pienamente consapevole di avere mille possibilità davanti, però a 60 anni e per le pensione è diverso, perché matematicamente parlando non si ha tutta la vita davanti.
L’altro giorno col cellulare ho fatto un filmino, ho ripreso il mio ufficio, quello col computer dove controllo i pezzi, ho ripreso la mensa dove domani io e altri due ci congederemo, ho ripreso le mie colleghe i miei colleghi, i corridoi che mi han visto passare le rughe i pensieri gli occhi i sentimenti. Ho ripreso il cortile, e so che tutto ciò che sento dentro non rimarrà mai appiccicato su una pellicola. Ma non voglio dimenticare. Io sono felice di arrivare, ma è un pezzo di vita che mi cambia. Ora mi viene da piangere da commuovermi, e non lo avrei mai detto. Vorrei aver lasciato qualcosa qui dentro, qualcosa a qualcuno. Io me ne vado, portandomi con me il ricordo di un mondo che era anche un po’ mio. Quando si striscia entrata/uscita giorno dopo giorno, a tutto ciò non ci si pensa, la fine sembra irraggiungibile lontana intangibile. Ma ora ci sono. Che la festa inizi, tra poco anche io la sentirò. Ancora un attimo su questo valzer di ricordi sensazioni concitazioni e innegabili lievi tristezze.


L’ultima volta che ho visto Parigi, ero sola, ero grande, ero incantata, su una panchina di clochard nel carosello dolcissimo e struggente della mia ferma tenerezza. Era dopo Berlino, dove non c’era il mare, ma prima di Amsterdam, Bruxelles, Agadir, il cui mare reale o sognato me lo porto dentro. Era una torrida afa estiva, ma scintillava nei miei gesti, nei miei occhi curiosi. Certi nomi erano una malattia ormai lontana, ed io ero in completa guarigione, pochi segni sulla pelle e ancora sogni da accarezzare. L’ultima volta che ho visto Parigi, non è stato come tornare a casa. Era come vederla per la prima volta, e tutto sembrava lì per me, per la mia innamorata solitudine. Ricordo di aver ballato con dei sandali azzurri nell’afosa ora del primo pomeriggio dentro una fontana a cascata, intorno odore di caffè e lontano negli occhi un’insolita spiaggia sulla Senna. I tanghi e i canti jiddish nelle metropolitane sotterranee, la passeggiata a Montemartre cercando un mulino che non c’è più, i colori accessi della Cinemateque dai “ Tacchi a spillo” e un poster portato via in fretta, i quadri al Pompidou tra giovani sdraiati in cerca di aria condizionata e le retrospettive di un Godard inacidito. E i miei sorrisi tra vestiti svolazzanti e spazi vissuti da capo.
Non ho cercato nessuno, non ho contattato nessuno. Non ho inviato né cartoline né saluti.
E nemmeno sono passata da Nanterre.
Sono sempre stata raccontata, adesso sono io che voglio raccontarmi.
Sto tornando, tra poco volo, e ci saranno sfavillanti luci, mercatini impazziti, viali vestiti a festa, odore di crepe e appassionanti sguardi, proprio come qualche anno fa.
Sto tornando, e a volte serve un viaggio, un trasloco, qualche ammaccatura sugli scaffali e le mani segnate di colori per capire le cose.
Io ti cercherò, con la musica della tua voce a fiori di pelle, ti cercherò senza dirti niente, senza volere niente. Ti cercherò come si scorge il sole tra le nuvole, come una foto in bianco e nero nella pagina preferita di un libro accantonato, come la rosa prima di divenire cenere. Come si cerca una strada conosciuta, dove si intende ripassare dopo anni e nonostante tutto la si riconosce, come sentirsi a casa, in ogni dove. Per dirti ad esempio di quante fughe e paure è capace amore, che talvolta affonda chiodi su chiodi per riempire vuoti che per sempre rimarranno senza copertura. Per dirti che si comprende a volte troppo tardi e che addirittura qualcosa non si arriverà mai a comprenderlo. Per dirti di quante difese e spari a saldo può essere il timore. Sul mio atlante di affetti, Parigi non è un luogo a caso. Ti cercherò e forse semplicemente ti guarderò da lontano, per vedere fin quanto si sentono i miei occhi su di te, oppure ti correrò incontro, e senza dirti niente di abbraccerò di una forza che non conosce intermezzi temporali, né altre formule matematiche. Oppure ti cercherò, e magari non trovandoti me ne tornerò via, il tempo di scambiare i lavori con i nuovi operatori, di appuntare date, appuntamenti, su un’agenda senza versi, senza poesia. Non ti troverò se non nel nascondiglio della memoria, come dei quadri che si comprendono solo a una certa distanza, con il passaggio del tempo, con un passo indietro, con delle lancette, indietro. Come tutto questo bene che solo ora ho compreso, come tutta la tua vicinanza costante che ho sempre negato a me stessa, per paura, cecità, immaturità, e ci sarà allora remissione? O forse ti incontrerò per caso, senza cercarti, magari in un locale dalle luci soffuse, e in milioni di sguardi io riconoscerei il nero dei tuoi occhi. E non sarà Parigi, né Lisbona, ma un posto qualsiasi. E probabilmente non serviranno parole, ma solo la luce di una visione, il calore delle mani, per un bacio durato anni nella lontananza degli eventi. E allora ecco, sarà come tornare a casa. Allora e solo allora, mio amico.
Io sto atterrando su Parigi, e tutto il resto è ancora da scrivere. Qui sul mio sedile sopra le nuvole, una centrifuga di pensieri, immagini, remissioni e omissioni, e, domani, forse, stilizzata, definita, limata, protetta, ostentata, stretta, lo spazio di un rettangolo, lungo l’inchiostro delle tue pagine.
Ivonne.
