Quando lo straordinario diventa quotidiano, allora è rivoluzione.(E.Che Guevara)

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lunedì, 29 ottobre 2007
Concerto in assolo

E vorrei solamente silenzio intorno a me, ora che il tempo si adagia tra mente e corpo come malinconia pura e vellutata. Non si contano i ritmi, le battute, il tempo e tutta la gran cassa dei passi perduti. Eppure limpido e lento è l’odore di te, come corteccia di sequoia che indica cronologie asettiche nei suoi concentrici inseguimenti: lì si stritolano i miei dolori, lì esala linfa fresca, fino a raggrumarsi in lacrime nel tuo nome addormentato inquieto tra le corde vocali. Incapace di gridare, incapace di alzarmi da uno sgabello troppo stretto e comodo per essere abbandonato. Mute sono le immagini, elettriche le sensazioni. Sono capelli tra le dita, spalle nude e desiderate, il calore fortissimo di un ventre, tenui tessuti di sogno, suono indelebile della tua voce sui miei pensieri, e sui miei brividi. Sono le mie dita di rabbia e resa che picchiano su questi tasti in cerca di un corpo lontano, di un’anima esiliata, e suono, suono, come per parlarmi, rocamente in uno sfondo grigio che non si stacca. Tu, tutta quanta tu, la mia pienezza, dentro fuori, e tra i confini. Tu che mi succhiavi l'anima, fino a nutrirla. E’ bruma che mi bagna, fino a assorbirmi con sé nel primo pallido mattino. E’ pioggia di melodie che sgraffiano tra accartocciati spartiti senza data di scadenza. Sono stanco, imbevuto di una follia lucida, nota dopo nota solo il sangue canta: sei musica intoccabile e costantemente presente, il mio ballo nudo e solitario nel buio dei pensieri. E il più infuocato dei tribunali sono i miei stessi occhi su di me. Invocherei fuoco fiamme e lapilli per bruciare, incenerirti, e ancora, nonostante tutto, benedirti per altri mille si, per altre mille primavere. Le dita impazziscono tra il bianco e nero, gli occhi altrove, il cuore un metronomo infedele. Vivere, ancora, nonostante te. Tra un tasto e l’altro del mio pianoforte c’è un battito sospeso, amaro, pieno, infinito, imperfetto, devastante, liquido, meraviglioso. Quel battito sei tu. Nei momenti, nelle ore, nei secoli dei secoli. E così sia.

Testo e Foto di Erika

 

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sherazade

sabato, 27 ottobre 2007
Guerra, pace e ancora guerra.

Molte mie coetanee si deprimono nella vita a due...
A me sta succedendo il contrario, probabilmente perchè la situazione di pendolare sentimentale mi andava molto stretta, e la lontananza mi mangiava un sacco di energie...Si...una lontananza breve tra un wend e l'altro che però mi logorava, e mi sfibrava nemmeno troppo silenziosamente.
Così, contrariamente a quanto mi avevano detto amiche e conoscenti, ho riconquistato degli spazi, piuttosto che perderne...
Ad esempio mi son ripresa il tempo per guardarmi i film, leggere e persino andare in palestra. Sto recuperando anche il tempo per passeggiare nella rete. Il punto è che prima non è che mi mancasse il tempo...è che il tempo lo lasciavo scorrere come se non avessi la forza di fare tutte queste cose nell'attesa. Non ero Penelope che tesseva la tela, non mi riusciva. Mi prendeva la smania e non riuscivo a fare niente. O forse mi servono i tempi compressi per dare valore al tempo: quando lavoravo fuori sede e studiavo in un'altra fuori sede trovavo l'energia di fare tutto. O forse, semplicemente, le cose non vanno poi così spiegate e approfondite e ho semplicemente avuto bisogno di un tempo "vuoto" per stare con me.
Questa lunga premessa per dire che ho ritrovato anche il tempo per fare zapping, e domenica e lunedì sono inciampata su "Guerra e pace". Non ho mai letto i romanzieri russi, è una delle poche letterature di cui sono completamente digiuna. Avevo iniziato alle superiori "Delitto e castigo" e "L'idiota"...ma non sono riuscita a proseguire. Anzi, ora che ci ripenso la maestra delle elementari ci faceva leggere in classe a voce alta le fiabe di Tolstoj: mi piacevano, come tutte le fiabe anche adesso: erano quadri fatti coi pastelli a cera, dove l'occhi immaginava. Si, ricordo questa sensazioni da quelle letture scolastiche, in fondo le prime letture. Pastelli a cera per me le fiabe di Tolstoj: non l'evanescenza degli aquerelli, non i graffi della matite, nè la materialirà delle pennellate, o la vivace freddezza degli acrilici, ma pastelli a cera. Discreti, eppure caldi, capace di spandersi ancora sotto il tocco di ciascuno. E quelle fiabe un po' mi lasciavano addosso una sorta di malinconia. E' stato così strano e familiare sul divano guardando una fiction tratta dal romanzo di Tolstoj sensazioni simili. Ho visto qualche passaggio, seguendo la trama, i personaggi, lasciandomi sopraffare da una sensazione come di angoscia. Per tutti i personaggi che pur evolvendosi costantemente sono prigionieri di binari, di vite a caselle, talvolta scelte consapevolmente ritenendole la giusta strada per loro. Questa osmosi tra l'essere, il ritrovarsi in determinati contesti che si rivelano nel tempo inadatti o troppo stretti mi ha lasciato addosso per qualche giorno pensieri strangolati, immagini offuscate, una lieve paura. Le immagini, le storie, hanno questo straordinario potere: di spogliare le solide convinzioni, mettersi a nudo, tentennare, e poi, di slancio, rituffarsi nella vita. Ancora, fino al prossimo cambio di giro. Mi chiedo quanto possa allora essere la lettura del romanzo così...devastantemente bello...

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mistico

mercoledì, 24 ottobre 2007
Le ( mie ) rose del deserto

Le mie rose del deserto. Viste col filtro di una biografia familiare che mi è arrivata, in quei ricordi nitidi e sabbiosi di mio nonno che quella guerra di Libbia l’ha vissuta, toccata, raccontata e dimenticata. Cercare nei fotogrammi il legame con le sue parole e accorgermi della paura che mi prende talvolta di non ricordarmi più della sua voce. Ma gli occhi, e i suoi racconti, quelli no che non li dimentico, sono qui, a essere parte di me. Le mie rose del deserto, così facile da intravedere come una guerra lontana sia in realtà una guerra vicinissima, per somiglianza geografica, culturale, religiosa e anche per i motivi e i compiti dei contingenti italiani. E allora in questa facilità inchinarsi all’audacia sottile e graffiante di una maestro del cinema, che ha coraggio, ancora, di dire non alle guerre, di prendere posizione, di farci vedere attraverso una metafora sapiente ed efficace, un qualcosa che non è solo “storia” accaduta, ma anche in corso. Le mie rose del deserto, come una passione di chi fotografa, di chi ama fin quasi alla pazzia. Le mie rose del deserto, ossia le donne, gli dei, il cibo, le armi, e certo l’amor. E la guerra. Tutti questi temi sono affrontati da Monicelli che con la sua mdp segue il viaggio in Libia di un contingente italiano presente sul posto per il soccorso ospedaliero. E tutto è semplice, eppure maestoso. Come l’assurdità della guerra, delle differenze, e persino, in certi estremi dell’amore. Disarmante, e non è un paradossale gioco di parole, è la quasi crudele realtà immutata di certe situazioni, come nell’episodio del milite morto prima di aver contratto matrimonio. Le mie rose del deserto, ossia le donne, gli dei, il cibo, le armi, e certo l’amor: non solo tematiche del film, ma proposte per un terreno di confronto interculturale che ancora stenta a decollare nel rispetto e nell’accrescimento reciproco. Una dimensione interculturale posta in un contesto dove anche le differenze dialettali sono notevoli. La figura del sacerdote è veramente eccellente: Monicelli ci ha regalato uno dei personaggi più completi, irriverenti, “veri” eppuri topici della sua filmografia. Nel film predomina così l’attraversamento di grandi temi costanti e irrisolti, trasmessi con un linguaggio preciso, mai casuale, che fa della cura dei dettagli, parte della propria sintassi. Quello sberleffo quasi sacrosanto che ha forse in sé la forza del sale e del libeccio, visto che le sue rose del deserto alla fine hanno dei denominatori proprio qui, nella nostra città. Le rose del deserto è un film stupendo, meritevole, a cui non ci si può che inchinare: emoziona, fa pensare, lascia spazio all’immaginazione, racconta una, dieci mille storie, e racconta la Storia. Con la profondità e l’ironia sarcastica di un regista, sempre audace, come Monicelli.

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la lanterna magica

domenica, 21 ottobre 2007
Il primo freddo

Il primo freddo è una tramontana inaspettata che scompiglia ritmi e intermittenze. Le mura di casa allora sembrano proteggere, sembrano un involucro accogliente e caldo dove covare pensieri e paure. Il primo freddo arriva così, tra gli arancioni delle zucche sparse nei giardini, ma anche nelle vetrine. Arriva tra i maglioni ingombranti che devono trovare un nuovo posto. Sistemati, allineati, prevalgono gli aranci e gli azzurri, come un'indispensabilità che vivo, di terra e di cielo. Mi piace sistemare certe cose per gradazione di colore, come se le differenze possano creare un nuovo tutto armonico, comprensivo di sfumature. Il primo freddo sono labrba screpolate, rimaste senza parole, pelle arida e fiori recisi. Il primo freddo è un bicchiere di vino rosso, rosso come il sangue, e insieme ribollono contrastanti, per dimenticare, per ricordare. Prende allora come un desiderio forte, quasi incontrallabile, di respiro. Respiro da tutte le cose che mangiano tempo, spazio, immaginazioni, cose superficiali, che però si radicano come attacchi da dentro, come un fuoco amico. Respiro da rapporti insalvabili, malgrado la mia caparbietà, dall'aria irrespirabile che ogni giorno provo andando al lavoro, standoci, e che, nonostante i miei fallimentari tentativi, mi resta addosso come un olio cangerogeno, anche oggi, che ad esempio è domenica. Respiro anche dalla mia severità con me stessa, anzi. Soprattutto. Di riprendermi il tempo, lo spazio, le parole, gli occhi. E partire.

Armoniche sfumature. Testo e foto di Erika.

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donne che corrono con i lupi

giovedì, 18 ottobre 2007
Aria fruttata rossa dolcissima

Aria fruttata rossa dolcissima
sussurrando melodiosa
sulla schiena scivola
quasi agrumata,
nel morso di questa stagione
zucchero e veleni.
 
Ho un sorriso di sale
e nero sotto le palpebre,
ho gote che arrossiscono
e labbra mute e turgide,
distanze che crescono,
e libertà che vezzeggiano.
Ho sensi accesi e
pensieri impertinenti
nel loro cicalante groviglio.
 
Mi vesto di colori vibranti e
 passi curiosi su foglie fragili.
 
Nel più profondo dei miei antri
un cuscino di fiabe
per mettere le ali, e volare
in un’altra vita mia.
Testo e foto di Erika

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intermittenze

mercoledì, 17 ottobre 2007
Arrivederci, amore ciao.

Di M. Carlotto era un libro, un viaggio orribile e inevitabile di sola andata che furono le madri di plaza de Mayo. Fu così che ritrovai radici frammentate e sparse in un’Argentina che mi era arrivata faziosamente di sbieco. Con un tocco affettivo e prezioso che non rende oggettivi, ho così visto “ Arrivederci amore ciao”, tratto da un altro suo romanzo. La vicenda narra di un terrorista e della sua riabilitazione. Il film focalizza così l’attenzione sulla questione legislativa e il senso che tale procedura legale possa ancora avere. Soavi, il protagonista, si muove in un mondo di cui si perde il senso, nei suoi anni passano i nostri anni, la nostra storia e in un certo senso ci sono delle costanti, come la corruzione del potere, che sono così assolute e incancellabili. La storia è semplice, seppure lo scossone del finale la rende molto emozionante. Quello che rende questo film autonomo dal libro da cui è tratto è di certo la messa in scena e la sceneggiatura, che hanno un valore notevole. Sono infatti utilizzate dal regista per smarrire costantemente lo spettatore nei confronti del protagonista, quasi che le inquadrature e le disposizioni sceniche proprio come linguaggio funzionassero da incapacità di inquadrare il personaggio.
Il film è cruento e tagliente, la colonna sonora ben fatta, e anche la recitazione è discreta. Direi che la penultima sequenza, quella sulla compagna di Soavi, merita un commento a parte per la maestria con cui è girata: in essa la forza del cinema come mezzo è propendorante, la mdp ci tiene col fiato sospeso per circa 10 lunghissimi minuti, in cui i dialoghi sono assenti e la recitazione essenziale. Per quanto crudele e drammatica, credo che sia una sequenza efficace, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche emotivo. E in fondo l’empatia per la ragazza protagonista è qualcosa che va al di là del personaggio stesso, come se in fondo in quel lento morire ci fosse l’asfissia totalizzante del nostro Paese, quasi inguaribile e soprattutto mortalmente vulnerabile: lasciandoci addosso una sensazione di ingombrante impotenza, sia per la storia, che per la Storia...

Note al margine: Guardami, guardami intensamente, per dispetto, per amore, per prigionia, per riposo, di luce e di buio, scrutando, e immaginando, con occhi e dita, guardami, non mollarmi, guardami. Lentamente, indecentemente. Ma guardami.

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la lanterna magica

lunedì, 15 ottobre 2007
Ci sono cose che....

Ci sono cose che cambiano, come la consapevolezza che sono finiti quei wend a giro, fatti di borghi da scoprire e strade da provare per ritagliarsi un posto "proprio". Ci sono altre cose che restano uguali a se stesse, in qualche modo dei luoghi a cui si approda con costanza e indistintamente. Come ritrovarsi a chiaccherare con gli amici dopo mesi, e sentire che il tempo trascorso non ha intaccato le affinità. Ci sono cose che mutano, come le prospettive sugli amanti che si congedano in certe domeniche alle stazioni, e sentirsi fuori da quel cerchio, bensì oltre. Altre cose restano invariate: come i colori impazziti delle folle alla stazione di Bologna, e il disagio che sempre mi prende mentre l'attraverso, una sorta di magnetismo che dinanzi allo sventramento di un agosto quasi lontano e ingombrante a distanza di tempo incute essenziale ed acuta angoscia. In tutto questo movimento di costanti e evoluzioni, io cammino, fedele a me stessa. Eppure oltre. Talvota mi faccio paura, quando quasi fantasmatiche riemergono paure e vecchi sè. Ma poi mi guardo nel vetro, la notte mi sembra soffice, e gonfia di fiducia. Vedo nell'appannarsi umido i miei occhi, e la luce infondo al nero che brilla, rassicurandomi. E allora mi lascio andare, mi viene voglia di vivere, più forte di ogni altro timore.

Testo e foto di Erika

Note al margine: Poi può capitare che dopo anni di volo andati bene, non si apra il parapendio, e in quell'attimo si gioca tutta la vita, lasciando orfani e vuoti. E allora tutto diventa essenziale e al tempo stesso meno importante. Tutto il resto sono dettagli, chiacchere, riempitivi, tutto ha una patina di superficialità nel momento in cui l'imprevisto e la caducità sormontano l'esistente. Conta il qui e adesso. Forse l'unico istante di cui un po' si è padroni.

 

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mistico

giovedì, 11 ottobre 2007
Liguria Swing

Fiera, audace, luminosa, raggiante, aggrappata, tenace, forte, delicata, lucente, intricata, chiara, odorosa, alcolica, dolcissima, orgogliosa, polposa, blu, ocra, gialla, vivace, effervescente, mistica, determinata, poetica, malinconica, profonda, curiosa, rigogliosa, mediterranea, variegata, rossa, volubile, pungente, salmastra, segreta, ombrosa, salata, armonica, contrastante, spigolosa, fiabesca, eroica.

Come non essere innamorati di una terra che mi somiglia tanto?

( Levanto, Chiavari, Rapallo, Sestri, Monterosso)

Testo e foto: Erika

Note al margine:http://www.erikaluna.net/blow/liguria/index.html

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photopoeme

martedì, 09 ottobre 2007
9 Ottobre

Bruxelles, Agosto 2007

Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere.

Quanto tempo passato da quel giorno d'autunno
di un ottobre avanzato, con il cielo gi bruno,
fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,
giovanili ciarpami, arriv la notizia...
Ci prese come un pugno, ci gel di sconforto,
sapere a brutto grugno che Guevara era morto:
in quel giorno d'ottobre, in terra boliviana
era tradito e perso Ernesto "Che" Guevara...
Si offuscarono i libri, si rabbui la stanza,
perch con lui era morta una nostra speranza:
erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni...
"Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...
"Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...
Passarono stagioni, ma continuammo ancora
a mangiare illusioni e verit a ogni ora,
anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti:
"Forza Compagni, all'erta, si deve andare avanti! "
E avanti andammo sempre con le nostre bandiere
e intonandole tutte quelle nostre chimere...
In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
con cento colpi morto Ernesto "Che" Guevara...
Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
che "Che" Guevara morto, mai pi ritornerà
ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni
e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni...
"Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
"Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
E qualcosa negli anni termin per davvero
cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero:
i Compagni di un giorno o partiti o venduti,
sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti...
Proprio per questo ora io vorrei ascoltare
una voce che ancora incominci a cantare:
In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
con cento colpi morto Ernesto "Che" Guevara...
Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
che "Che" Guevara morto, forse non tornerà
ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
e voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni,
da qualche parte un giorno, dove non si sapr,
dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà
da qualche parte un giorno, dove non si saprà
dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà.
( F.Guccini)

Amsterdam, Luglio 2007

Note al margine: Dall'utopia del comunismo all'effige da merchandising. Canzoni, parole, ideari e diari. Cronaca, storia e controstoria. Dalla biografia al mito, solo andata, nessun ritorno per certi ideali, e idealisti. Guerriglia, e sorrisi, senza perdere la tenerezza. Tradimenti polivalenti, ritrovamenti, una quasi santificazione. Combattente, guerrigliero, padre, compagno, in una parola uomo.

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senza perdere la tenerezza

domenica, 07 ottobre 2007
Dèjà vu

Ogni malinconia è stesa
In olio sulla pelle
Perché fossero impermeabili
Quelle segrete vie solitarie
Che improvvisamente
Risuonando inquietano.
 
Ho ripulito i miei occhi
Da crepuscoli insanguinati
E voli troppo audaci
Inventandomi bugie
E sentirmi guarita.
 
Accartoccio cartografie
perché non c’è codice che salvi
l'anima dalla dimenticanza,
dall’incomprensione e dall’oblio.
 
Ma nel silenzio della notte
nessuna paura manca,
bisbigliano ovattandomi,
quasi una ninna nanna,
dove il cuore dondola,
inabile trapezista
su una corda smarrita.

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intermittenze