Quando lo straordinario diventa quotidiano, allora è rivoluzione.(E.Che Guevara)

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sabato, 30 giugno 2007
Giverny, un atelier nel cuore

L’artista continuamente e a volte con disperazione diffusa crea e ricrea il proprio microcosmo, sintesi dei mondi visti, intrerpretati o solo sognati.
Così Giverny è qualcosa di più di un giardino. E’ l’insieme sintetico di Monet, quasi esasperato nel tentativo di una vita di catturare la luce, pervaderla fino a rubarla, fino a non vederci più per aver troppo consumato lo sguardo.
Ci sono una serie innumerevole di fiori e piante, bellezze naturali che chiamano arte ma principalmente voglia di vivere. Inevitabilmente ci si smarrisce senza paura, nell’esplosione di pollini e colori, in un’eterna e serena primavera fra la morbidezza vistosa dei petali e l’odore della natura. Le tonalità cromatiche con i giochi di luce sono un vero e proprio concerto, un eco musicale sorprende il viaggiatore nei suoi passi lungo i viottoli sterrati, sulle rive dei ruscelli, nell’incanto della piccola casa decorata da maioliche blu. Tutto è suprema armonia, il ciclo della vita con le sue stagioni riprende dignità e importanza. Piccoli ponti sui ruscelli ricordano i giardini zen, abbinati ai colori del Mediterraneo. Una sintesi che va al di là dell’incontro interculturale per inalberarsi nel proprio vissuto, nelle prorio intime e sensibili corde, dove la naturalità è un modo di essere e di accettarsi.
I fiori di Giverny non sono solo eterni perché immortalati dalle tele di Monet. Rimangono negli occhi di chiunque ci passi vicino, fino a farsi rapire, sono un continuo scalpitio di ricordi, di sensazioni che permangono anche al ritorno nell’ubriachezza totale dei sensi. E ancora a distanza, stupirsi.
Poiché ognuno dentro di sé ha un angolo di cuore con il proprio Atelier delle ninfe, pazientemente costruito anno dopo anno, storia dopo storia. Il mondo perfetto di acqua e colori, respiri e immagini a forma dei propri desideri, dei propri ricordi.
Il crocevia dove albergano la contemporaneità dei tempi e dei modi di essere. Qui il sogno, le emozioni, il vissuto si sfumano, si alleano, fino a divenire un tuttuno. La parte più autentica di sé.
 
Monet
Note al margine: testo e foto di Erika,

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le città invisibili, la città bianca

giovedì, 28 giugno 2007
Cronaca di un amore

Prendimi l’anima
con le mani
e la pelle sia grido liquido
sospeso nei ritmi
 
negli occhi
fino a spogliarmi di luce
e a ballare nell’architrave
di reciproche eclissi
 
e ancora
 
prendimi
sulle labbra in sapore
sparso tra i sensi,
acuto fin dentro la notte.
 
E poi
 
Nei suoni
a sfiorare corde
e fievoli membrane tintinnanti
fra il deserto e le nuvole
 
Legami raccoglimi
respirami stringimi
guardami  prendimi
 
perché nel tuo dove
sia la mia appartenenza.
Foto tratta dal film "Blow Up"
Note al margine: Blow up come molti altri film di Antonioni, ricordati nel testo sopra, rappresenta per me un "discorso" sullo sguardo, che si evolve, pellicola dopo pellicola dallo sguardo critico alla critica dello sguardo.

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2046

lunedì, 25 giugno 2007
Dei mari del Sud. E del Nord.

Il mare ha sempre rappresentato una fonte di energia ineguagliabile. E’ stato accogliente quando ho cambiato città, determinante nei momenti più burrascosi. Ogni borgo, ogni capitale sul mare è un nome indelebile per gli archivi delle mie emozioni. Per me è l’isola dell’approdo e del riparo, in inverno e in estate. Il luogo della lettura, del sole, dello studio, delle parole, delle risate, dei passi senza numerazione. E’ il luogo in cui assolutamente tutto intorno può crollare, ed io continuare a resistere. Amo il mare, con la sua luce, i cobalti, i tremolii fra le onde, la sensualità della schiuma bianca, quel piacere intenso che scivola nelle pieghe della pelle. E ne amo il confine con l’immaginazione capace di cavalcarlo, e scavalcarlo. Il momento perfetto in cui l’orizzonte impazzisce di rosso e si coagula in un amplesso con il sole. Cerco la risacca, l’eco delle conchiglie, indosso il blu non come un colore, ma come un modo di essere al mondo, e di sentirlo. Castelli di sabbia, alte scogliere e giocose sensazioni a pelle. Mi piace il mare, perché mi somiglia, con gli abissi profondi, le sabbie scivolose, i reperti alla deriva, l’urlo il boato e la calma piatta, l’imprevedibilità, il magnetismo delle maree . Blu.Un colore che non esiste, se non come riflesso. Tragicamente e magicamente. Adoro le storie di mare, un susseguirsi di sirene e mostri e leggende del bene del male. I naviganti e le attese sulla battigia. Gli scogli scolpiti, i dialoghi con i gabbiani, e ancora personaggi e persone, al di là del molo. La tempesta, e i miei fari. Ancora mi commuovono i tramonti, ancora ho voglia di mare quando sto qualche giorno senza, ancora colgo le sfumature della luce e dei riflessi, e mi arricchisce la differenza.
Amo i mari del sud, come in un romanzo di Montalbàn. Con l’odore del fico selvatico, il giallo dei limoni e dei cactus, l’orrore della fatalità, quella sensazione di precarietà delle isole vulcaniche, i viaggi di Ulisse, e la sua audacia. Mi scorrono isole e porti, borghi dalle case colorate, balli gitani, l’azzurro delle cupole e l’odore di pesce fritto tra i vicoli. Mi piacciono i mari del sud, con il loro calore e la loro irregolarità. Sarà per questo che poi tutto sommato iniziando a scoprire quelli del nord sto riuscendo a convivere con la mia passionalità, l’istinto e il lampo della saudade che talvolta mi prende? I mari del Nord, che sanno di Salmone e di altri mostri, su cui sventolano Vichinghi e altre leggende. Nei paesini dalla luce fioca, con i mulini a vento come ninna nanna. Dove il tramonto dura pochissimo, e alle nove tutti i locali sono chiusi. I mari del nord, apparentemente placidi, eppure così sconvolgenti nella loro essenza. Dalle alte falesie, dove la fragilità sembra compromessa. Con tutta la natura intorno che combatte, per fiorire ancora una primavera. E vincere. I mari del Nord. Non la quiete, ma un’audacia, un’altra audacia, ancora più sottile, ancora più impavida e seduttiva. Ancora un’altra energia.

Di mare, e libertà. Testo e foto di Erika

Note al margine: Mi han emozionato il post di Maria, e un post di Alderaban. Ho imparato che mi piace più stuccare che imbiancare, che col pennello piuttosto che col rullo la vernice va più probabilmente sul muro che addosso a me e che i teli di nylon sul pavimento son una grande invenzione. Che nel fare le cose si impara molto, a starci dentro, a stare con se stessi. Che è bello essere sereni. E che i pomeriggi al mare son sempre molto, molto benefici, per me. e pertanto...irrinunciabili e vitali :)

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bytes

giovedì, 21 giugno 2007
Paris nous appartient

Pensieri schiusi a suonare come la fisarmonica del carosello.
Mille città poeticamente in un solo cuore. Le notti brucianti di spezie e abbagli a Montparnasse, inaspettati film italiani nei cinema. Le trine e i sorrisi sulle vetrine del Moulin Rouge. Le metrò come città sotterranee e moderni porti crocevia di culture e cultura, colori e convivenze. La musica Yddish che mi fa sobbalzare, e subito dopo un tango che mi riporta ai miei nonni.
Ritornare a Parigi, per perdersi nuovamente, un valzer di emozioni. Anni di cinema e di storie che passano con fotogrammi mischiati alla mia emozione. L’odore degli acrilici in Montmarte insieme alla baguette. Il suono della lingua stessa, e una passeggiata intima alla ricerca di Mulini e nascondigli. E’ una canzone Parigi che mi scivola come fosse sangue, come fosse l’onda che mi fa ruotare sui tasti e creare tempi, musica e crescendo. Sono gli austeri e scintillanti cobalti di Notre Dame, assieme ai suoi terrificanti demoni. L’afa dello zoo gli specchi riflessi della città araba. In pochi passi mi sembra così di essere sparsa nel mondo. Un can can di sapori e suoni, artisti di strada, un groviglio di lingue, e a volte bastano gli occhi. Un’inaspettata spiaggia nella piazza del Comune, con tanto di refrigerante doccia. Questa è Parigi che si inventa, un po’ sognatrice un po’ surrealista. Una Parigi che osa, senza temersi, e mi somiglia. Un temporale estivo che si appiccica sulla pelle. Una cena frugata sul letto. I piedi nella fontana. Questa è Parigi che si scioglie laddove i miei sogni si incendiano per essere più fertili. Sono le luci della notte, mostre cinematografiche, un po’ di Almodovar portato qua, per poco, e di fianco un Piccolo Principe. Mi passa addosso il caldo, le immagini, il ritmo, quasi una vertigine fra le alture dei grattacieli alla Defense, della Tour d’eiffel, tra i riflessi giocosi degli innumerevoli parchi, come nella città della scienza. Le allucinazioni della sospirata 51, Rue de Bercy. E la Senna che scorre, e perfetti innamorati sulla barca, Camminare sulla storia, la memoria chiusa nei musei, la primavera che esplode nei giardini nascosti nelle case. E tutto è moda, tutto corre, tutto freme, un lungo tremito come un brivido di passo in passo. E passano film e fotogrammi, ma ora sono io i fotogrammi per sempre nei tuoi occhi al centro esatto di un vortice. E finalmente Belleville. Io, così tra Julie e Esmeralda e tante altre donne ancora. Adesso qui allo Zebre, in un tramonto che toglie il fiato, e i tuoi occhi scintillano, io con te qui, lo avevo promesso. Per un romanzo tutto da scrivere. Io e te qui, in mezzo al verde, al suono della fisarmonica, io e te, abbiamo visto oltre. Oltre i grattacieli, oltre le corde di violini spezzati, oltre artisti romanzi e vie en rose. Abbiamo visto. La vita che avremmo voluto.

testo e foto di Erika

Note al margine: Da leggersi degustando

Oggi è il primo giorno d'estate. Io rinasco ad ogni estate, per temperamento è la mia stagione, assolutamente...per cui, buon solistizio a tutti.

 

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le città invisibili

mercoledì, 20 giugno 2007
Voglio la parola gialla

Voglio la parola gialla del sole esploso come un frutto troppo maturo e dell’estate impazzita tra i suoi cobalti d'assenza.
Voglio le discese ripide che si perdono verso il mare sdrucciolando sull’odore dei fichi e in quelle sensazioni inciampare.
Voglio i colori accesi del giorno,  il profumo stordente della notte il fischio del treno a spaccare il cuore.
Voglio Taormina, cosi come la ricordo, e come ho voluto sentirla addosso nel tempo, essere il lembo di terra che sfida il mare e crea un ponte, naturale.
Eri tu ondeggiante, tra il bronzo della pelle e i turchesi dei monili.
Era l’afa appiccicosa come il fuoco divorato tra le lenzuola.
Erano ore brevi e insonni, un continuo perdersi trovarsi riconoscersi e temersi.
Forse un minuto, un giorno o la durata del ricordo.
Il primo sguardo dopo l’ultimo viaggio della sera, un vestito blu morbido, la condensazione dei suoni e delle vibrazioni, il toccarsi e il volersi, l’arrotolarsi su se stessi, lo stendersi sull’altro, l’arrendersi e il fuggire, l’arsura e il freddo oltre la baia.
Io. Di ritorno da un romanzo troppo patologico, io perso nel nero virtuale delle mie recensioni su film in tutte le lingue del mondo, io solitario nell’antico teatro a compiersi il congedo delle mie possibilità, con lo schermo bianco fuori e dentro gli occhi e tramonti alle spalle.
Tu. Sensazione forte giovane impavida. Tu che catturavi il liquido ematico delle mie parole. Tu, una partenza senza ritorno, audace bruciante salata., pura voglia di vivere che cresce, che mi resti addosso come una pellicola, una sete senza riposo, tu con l’alba negli occhi.
Coaugularsi, tacere, intravedersi negli anni, fra i contorni più netti delle mie rughe, tu irraggiungibile e bella, fotogramma ricamato a solchi sulla mia schiena.
Voglio il suono delle cicale per far tacere la paura, voglio scirocco a devastare le retroguardie, e toccarla almeno sfiorarla la libertà di cadere che non ho afferrato con te, e nutrirmi a distanza della tuo impavido buttarsi nella vita, e al contempo esserci.
Voglio ancora un tessuto blu in cui capitolare.
Voglio il succo di arancia rossa sulle mie ferite.
Voglio il sapore di te dolcissimo e agrumato, e in quella sete sentirmi vivo.
Isola Bella, Taormina, foto excite
Note al margine: La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto ( I.Calvino, Lezioni Americane)

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la città bianca

mercoledì, 13 giugno 2007
Rotocalco di emozioni

Ho messo il silenziatore sui miei battiti
perché senza parole si incendi
il rotocalco di emozioni.
 
Ho stretto bende sugli occhi
e sia la forza del silenzio
puro calore scritto sulla pelle.
 
Nel tremulo scalpitio
di spudorate vene
fioriscono l’estasi la tempesta
e tendini irregolari.
 
Tremo nel giallo estate
mi inumidisce l’onda dal ventre
ed è odore di salmastro
frugati desideri
musica che mi scuote
in nuova nascita.
Testo e foto di Erika
Note al margine: il tempo è capriccioso e se oso andare sul mare dopo qualche minuto piove. Così son rimasta a casa fare una pulizia dell'armadio pretrasloco. Ovviamente è venuto un bel sole e un notevole caldo, ed ho constatato che biancheria intima a parte, che per me è un vezzo, tuttosommato i vestiti sono un ingombro accettabile. Sconvogente la sezione sciarpe: 9 invernali, 21 da mezza stagione, nei toni rispettivamente bianche, blu elettrico e rosse le prime, aranci e azzurri in ogni tonalità per le seconde. Cromatismi e numeri che mi ha divertito. Tra queste...impossibile scegliere ;)

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eros

domenica, 10 giugno 2007
Over The Rainbow

Somewhere over the rainbow
Way up high
And the dreams that you dreamed of
Once in a lullaby
Somewhere over the rainbow
Blue birds fly
And the dreams that you dreamed of
Dreams really do come true
Someday I'll wish upon a star
Wake up where the clouds are far behind me
Where trouble melts like lemon drops
High above the chimney tops thats where you'll find me
Somewhere over the rainbow bluebirds fly
And the dreams that you dare to, oh why, oh why can't I?
Well I see trees of green and
Red roses too,
I'll watch them bloom for me and you
And I think to myself
What a wonderful world
Well I see skies of blue and I see clouds of white
And the brightness of day
I like the dark and I think to myself
What a wonderful world
The colors of the rainbow so pretty in the sky
Are also on the faces of people passing by
I see friends shaking hands
Saying, "How do you do?"
They're really saying, I love you
I hear babies cry and I watch them grow,
They'll learn much more than
We'll know
And I think to myself
What a wonderful world
Someday I'll wish upon a star,
Wake up where the clouds are far behind me
Where trouble melts like lemon drops
High above the chimney top thats where you'll find me
Somewhere over the rainbow way up high
And the dreams that you dare to, oh why, oh why can't I?

Note al margine: Questa canzone è semplicemente perfetta. E' semplicemente me in questo momento. Ho vissuto dei giorni intensi, dentro pienamente la mia vita, un po' a centrifuga, più di 345 battiti al secondo, e al tempo stesso come se il mio dentro planasse tra i colori. Tutto in 48 ore. Canzoni, battiti, colori, 8 ore in un teatro con 180 bambini, insegnanti, ballerine figuranti, scenografie, lampi e fumi. L'ebrezza dei passi sul palco, l'adrenalina che esplode da dietro le quinte, i fiori sull'applauso finale, il sorriso dei bimbi che ripaga ogni timore, ogni stanchezza. Quella poesia che è tangibile proprio in una frenesia eccitante e coinvoglente che è il teatro, dove la sinergia diventa passione perfettamenta accordata col pubblico in un dialogo invisibile eppure toccante. Brividi e pelle d'oca. Quel tempo stritolato e pieno al buio della sala, e nell'attesa. Un'emozione davvero forte e bellissima, di quelle che tolgono il respiro, che tagliano il mondo fuori da tutto, così che per quelle ore sembra di essere in un'altra dimensione, un'altra storia, eppure essere l' proprio con tutti se stessi, e anche oltre, fin dove l'anima di allarga. E in mezzo a tutto questo, poter dire "Habemus casa", si quel nido in affitto di tipo bohemien che in realtà ci era piaciuto, nel suo anticonformismo, ma che appena entrati abbiamo sentito subito "nostro". Tutto in 48 ore, ma solo ora pian piano me ne sto rendendo conto. Oggi, il giorno dopo questa maratana emotiva, son stata praticamente come dopo una sbornia, un lungo sonno, camminava ma diafana. Lentamente sto ritornando in me, lentamente sto prendendo coscienza di tutto ciò che ho vissuto. E, invece rapidamente, la mia felicità impazzisce. L'euforia diviene si, felicità. E la prova evidente è che tutto ciò mi riempie ( e come mi accade nei momenti così...niente fame, il che è un grande segnale psicosomatico;) Brindate, applaudite, cantate, ridete. Perchè sul mio viso potete fare vedere tutto ciò. E a tutti tutti, e soprattutto agli amici che ci son stati vicini fra i bytes e al di qua dei bytes, il mio grande grazie. E questa canzone che è appunto " me medesima" in questo momento. In una versione dolcissima, da indulgere sul mio visibile sonno...

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julie

giovedì, 07 giugno 2007
Manuali d'amore

E poi accade che intorno ai 30 , e forse l’età non è un caso, le librerie si riempino di manuali semiseri, patologici, specifici, scientifici sul rapporto amoroso, o, più genericamente sul rapporto uomo-donna. Così, pur avendo le mie remore personali verso l’ambiente della psicologia divulgativa, mi sono messa a leggere questi libri capitati tra le mani come regali o indicazioni di persone a me care. Non sono testi sessisti né femministi, in genere tendono a “far vedere” ciascuno col suo stile e il proprio ideale, le differenze tra uomo e donna, per una convivenza più costruttiva e comprensiva. Alla fine, come ogni viaggio, se ne torna con un’idea più ampia, non solo sull’altro sesso, ma su se stessi, e questo è comunque un merito che va a queste letture. Ci sono altre letture per me preziose, che mi hanno aperto gli occhi e il cuore ( Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, e Simposio di Platone ) ma non li ho inseriti perchè più "filosofici", li ritengo comunque noteovoli e indispensabili. Di seguito gli elenco con il mio personalissimo commento. E in ordine rigorosamente crescente, secondo il mio punto di vista, dalla futilità all’indispensabilità. Seppure l'amore insegna, ma non si fa imparare, come dice un canzone...

Perché gli uomini possono fare una sola cosa per volta di Allan e Barbara Paese, ed. Sonzogno.
Questo è un libricino piccolo, scorrevole, divertente, una lettura apparentemente leggera che in chiave ironica sa trasmettere alcuni nodi di incontro e scontro tra i due sessi. Gli argomenti sono trattati in superficie, però può essere utile per avere a portata di mano risposte epocali, come sul come mai le donne non sappiano orientarsi mentre guidano….

Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere di J.Gray ed. Sonzogno

Questo è un vero è proprio manuale, proprio nella sua struttura e finalità. E’ incentrato sul concetto della diversità tra uomo e donna a livello comportamentale, cognitivo e linguistico, e, sullo stile americano alterna teoria ad esempi pratici. Ora personalmente mi va un po’ stretta la trasmissione di risoluzione di conflitti e problemi a mo’ di ricetta gastronomica ( tipo: istruzioni per l’uso). Tuttosommato devo dire che l’ho apprezzato molto, si legge bene, ed è stato illuminante su molte questioni riguardanti l’idea di me e il mio rapporto con gli uomini, in particolare uno, il grande misterioso, il primo uomo con cui si ha a che fare e, nel mio caso, problematicamente. Ossia, mio padre.

La dipendenza amorosa F.Xavier Pudat, ed Castelvecchi
Il testo di questo psicoterapeuta francese presenta un approccio clinico nei confronti dei rapporti amorosi che evolvono nella dipendenza da quella più sottile a quella patologica. La discussione dei temi è resa con un linguaggio molto specifico e professionale, che a volte fa perdere il piacere della lettura. Però è un punto di vista davvero interessante, e ho apprezzato molto, da autentica cinefila, l’elenco dei film sul tema, per una filmografia ad hoc, dalla dipendenza al “semplice” incontro con l’altro.

La via del matrimonio, L.Schierse Leonard, ed Astrolabio

L’autrice è un’analista junghiana, e struttura il libro intendo come matrimonio quello interiore, ossia l’incontro profondo e autentico con l’altro e con sé. Come vedete è in vetta alla mia personale classifica, probabilmente per la struttura e il materiale che l’autrice ha utilizzato. I punti di riferimento per questo exursus sono alcune fiabe classiche utilizzate come teatro del “sé”, e topos comportamentali e situazionali che nel viaggio di incontro con sé e l’altro si sperimentano. Mi piace molto, da amante delle fiabe, questo tipo di approccio. Numerose le incursioni con il poeta Rilke che già apprezzavo, ma che, in questa ottica psicoanalitica, è veramente fenomenale. Consigliato a chi ama la letteratura, oltre che la lettura, e che sa vedere nelle storie la propria storia, e ricrearla.

Donne che corrono con i lupi. C.Pinkola Estès, ed. Frassinelli

Questo libro cult, a volte erroneamente accusato di femminismo in modo sarcastico, è un saggio antropologico e psicologico sull’identità femminile. Anche questo testo è basato sulle storie raccontate in diverse culture del mondo, ed un viaggio alla scoperta della natura istintiva e “selvaggia” della donna. E’ un libro che ho trovato davvero adatto a me, per come sono fatta io, iper razionale e passionale al tempo stesso…Mi ha dato quella spinta a lasciarmi andare e far convivere questi due miei aspetti, e mi ha aiutato molto a comprendere il rapporto con il mio compagno. E’ una lettura lunga, che va assaporata ma bellissima e “piena”. La consiglio vivamente, a tutti, donne e uomini.

Foto tratta dal film " Jules et Jim", di Truffaut, emblema di uomini, donne, amicizie, amori...

Note al margine: Al termine di questi manuali, sopravvive in me un'idea letteraria rinfrescatami da Ippocampo, ossia una citazione di Calvino nelle Città Invisibili, citazione con cui concretamente ho dato o tolto spazio alle mie passioni, verso cose e persone:

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;
se ce n'è uno, è quello che è gia qui, l'inferno che
abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due
modi ci sono per non soffrirne. IL primo riesce facile
a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto
di non vederlo più. Il secondo è più rischioso ed esige
attenzione e apprendimento continui: cercare e saper
riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e
farlo durare, e dargli spazio.

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babel

martedì, 05 giugno 2007
Dico si

Dico si.
Alle canzoni lasciate fra le lenzuola.
A sette rose rosse inaspettate sul binario.
A un libro aperto sul sedile.
A un temporale sulla spiaggia di Parigi.
Ed a un altro nel giardino di Boboli.
Agli sguardi complementari di chi sa incontrarsi.
Alle misure imperfette di pareti troppo piccole
per sogni immensi.
All’altalena sotto la luna rossa.
Agli azzurri cobalti e salmastrosi.
Ai silenzi dei telefoni.
Ai concorsi fotografici.
Al timing in dissolvenza sulle malinconie.
Ai 600 giorni di amore e altri demoni.
Ai sette mari raccolti nei ricordi.
Ai campi di girasoli ed ai vicoli musicali.
Ai borghi nascosti.
Al fuoco delle emozioni.
Alla resistenza di chi vive quattro stagioni del cuore
Cogliendone per ciascuna la bellezza.
E l’indispensabilità.
Ai 324 treni per bruciare le distanze.
Alle sale buie per perdersi nei film
E al buio per perdersi nei brividi.
Alle caviglie sporche di sabbia,
all'odore di agrumi e cannella,
alle dita impazzite sui tasti, e sulle anche.
Alle mani sporche di farina e ludica complicità.
Alle spalle arrossate di sole e di morsi.
A un bacio improvviso, a una vita grande,
a due respiri in un battito.
Io dico si.
E ancora lo ridirei, vivendolo senza fine,
per un attimo solo di quelli attraversati.
Da allora.
( Erika )
M.Chagall, Champ de Mars
Note al margine: mi piacciono gli innamorati di Chagall, e il senso del sacro con cui li raffigura...Intanto la mia cultura si accresce, spaziando tra i consumi della lavatrici in classe A, le capacità dei frigoriferi etc etc ;)

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julie

lunedì, 04 giugno 2007
Fra le maree, nel vortice dei mulini

La marea che si abbassa e si alza, determina così cammini strade e tempi, lascia in qualche modo un senso di svuotamento, l’acqua si ritira rapidamente sulla strada che da St.Michel conduce a St.Malò. Ogni tanto qualche fiabesco e solitario mulino a spezzare il paesaggio. E poi spiaggia che avanza nelle ore e acqua che si ritira, Un paesaggio desolato, fatto di relitti, di orme di onde, di legni marini, di gusci solitari e risonanti, barche rovesciate, e nuove strade che emergono dall’indietreggiare del mare, umide tracce che nella loro discontinuità rifulgono nel sole. In qualche modo un VUOTO. Uno SPAZIO in cui immaginare come è la vita con il mare sopra, ma anche uno spazio che se da una parte fa DESIDERARE di riempirsi, se in qualche modo fa rimpiangere l’acqua che si allontana, dall’altra offre una vista sulle cose inconsueta. Un paesaggio NUOVO in cui muoversi è diverso dal nuotare. Gli abissi divengono terra, su cui camminare, si provano strade che nella marea erano impossibili, si esplorano distanze con i piedi nudi e insabbiati. Poi verso sera lentamente tutto ciò a cui nel corso delle ore ci si era abituati familiarizzando con il vuoto, scompare. E discretamente torna il mare. L’immensa e desolata radura torna ad essere una spiaggia minimale, le onde tornano a sbattere sui bastioni, infrangendo le onde che poco prima parevano lontane. La distesa si riempie, nuovamente, raccogliendo paesaggi reali e disegnati con lo sguardo di chi poco prima ci passeggiava. E in questo bilico tra marea e desolazione c’è un senso di passaggio, un senso di continuo rinnovamento, di scoperta, un senso di avventura, che rende i pensieri più impavidi. In un continuo adattamento, che è stupore, che è scoperta.

Bretagna, barche e bassamarea

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le città invisibili