Quando lo straordinario diventa quotidiano, allora è rivoluzione.(E.Che Guevara)

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giovedì, 31 maggio 2007

Ovviamente son sveglia da un bel po' di ore. All'alba ero già con gli occhi spalancati. Non è un'insonnia vera e propria, nè ansia e annessi compagni, piuttosto quell'emozione forte che coinvolge, dà energia e al tempo stesso le succhia, comprese le ore di sonno. Si, quella vibrante sensazione di sentirsi al centro della prorpia vita. Saranno gli ultimi preparativi per le feste di fine anno scolastico che un po' mi emozionano, la sera prima anche se non sono più io la bambina non dormo mai...E quest'anno i piccoli che poi andranno in prima faranno con i loro colleghi delle elementari uno spettacolo al teatro, un teatro vero, e molto grande rispetto a loro, però è un'esperienza che gli sta aiutando a sperimentare parti nuove di sè, come del resto capita anche a noi grandi. E poi ci son un sacco di nozze: la sorella della mia migliore amica, che ho visto crescere con noi. Ieri sera eravamo molto emozionate, sarà per quello che poi siamo "degenerate" in un riso salvifico e adrenalinico. In realtà è un po' dispiaciuta per la sorella che se ne va, come del resto la mia quando pensa che a settembre mi trasferirò, ma anche questo è un fotogramma che fa parte di un "film" più grande. Sto preparando diversi video per altri laboratori teatrali, e anche se è "solo" montaggio, è sempre qualcosa che mi coinvolge molto. Poi, anche la mia ex collega, una persona stupenda, a breve si sposa: il 7/07/07, una data che resta impresso....e anche se è lontana geograficamente, tutto ciò fa un certo effetto. E poi ci sono io. Passata dal fantasmagorico mondo delle agenzie immobiliari, sopravvissuta all'incontro " ai miei presento i tuoi", forse sto ( stiamo) approdando in un qualcosa di concreto. E poi ci sono le piantine disegnate da Ben: a volte una planimetria parla molto più di un romanzo, e tutta una storia si può "leggere" nello spazio che prende forma a misura del proprio modo di essere, di per sè ed in due. Tra l'altro quei famosi 20 mt di libri torneranno utili per coprire una vetrata che non è proprio il massimo dell'estetica: anche questo utilizzo del mio "passato", della mia vita come è stata fin ora, da rassettare in un presente da svolta epocale mi piace molto. E' un atto creativo, di amore per sè e per l'altro, e come ogni atto creativo, fa stare bene. Sarà per quello che ieri mentre facevo la spesa, al posto delle mie riviste da spiaggia preferite ( Itinerarai, Travell, Viaggi) mi son ritrovata nel carrello altri titoli quali casamia, casa viva, casa idee e via dicendo. C'è un grande fermento, proprio come l'ultimo spicchio di primavera in cui tutto ribolle, creando musica, per esplodere poi nell'oro del grando, dell'uva, del frutto da mordere e sentire. Mi piace questa sensazione, mi piace sentire tutto questo affetto intorno a me, tutta questa vita anche degli altri che mi attraversa. Mi dà fiducia, mi dà allegria, serenità e brividi. Insomma non so se si sente. In poche parole sono davvero felice.

Foto: festa delle streghe...

Note al margine: Tutto si può trovare in mare, secondo lo spirito che guida la ricerca ( Conrad)

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julie

mercoledì, 30 maggio 2007
Centochiodi per...

Centochiodi.
Centochiodi con cui il Gesù di Ermanno Olmi crocifigge libri, biblioteca, dottrine, teologia, e tutte le costruzioni mentali e dottrinali che hanno chiaramente depapuerato il messaggio evangelico dell'insegnamento cristiano.
Centochiodi coraggiosamente dipanati in un film che attinge a diversi codici, dal giallo, al film popolare, ad alcune sequenze sulla natura di tipo naturalistico.
E' un film ambizioso, poetico e filosofico, ma riesce ad affrontare tutto ciò con il dovuto equilibrio, senza annoiare e con un grande coraggio, qualità, quest'ultima spesso assente nei giovani registi.
Centochiodi, per riavere Gesù tra di noi, seppure per un tempo brevissimo, probabilmente per la seconda venuta.
E attraverso i centochiodi la critica di Olmi passa in rassegna religiosi, confronti culturali, abusi di potere, soprattutto culturale e quindi politico della Chiesa.
In questo film che apertamente è in qualche modo un j'accuse, Olmi non perde di vista l'umanità. Accanto ai profondi temi della fede, dell'escatologia, delle teologia e del valore della chiesa cattolica, affianca l'aspetto umano del cristianesimo, della collettività, di un rapporto col divino capace di scendere nell'intimo.
Molto suggestiva è l'ambientazione della Bassa Padana, dove Olmi recupera il dialetto e il modus vivendi semplice quasi bucolico del mondo contadino, trasferendo probabilmente figure "classiche" della vita di Gesù, nei rapporti che il protagonista instaura, come la giovane, modello di attuale Maddalena, o momenti topici della cronologia dei vangeli, come la casa edificata da ricostruire...ricorda una delle parabole più ricorrenti.
Insomma Olmi attiva un dialogo con personaggi, topos, e storie provenienti direttamente dalla Sacra Scrittura, come un invito forse a riscoprire l'autenticità del messaggio evangelico scevro da ogni teologismo e da ogni dogmatismo.
Trovo vincente l'idea di aver affidato il ruolo di Gesù a Degan, che per provenienza etnica è sicuramente centrale, e il doppiaggio a Giannini Jr, il quale rende meglio a voce che nel recitato.
Un altro aspetto vincente del film è l'alternarsi di diversi generi che creano un unicum omogeneo e composito: il passaggio dal giallo al popolare, al grottesco e infine all'onirico avviene in maniera graduale ma decisa, con una naturalezza data proprio dall'abilità della macchina da presa, che utilizza i mezzi del suo linguaggio per definire le gradazioni successive del film.Il lavoro di Olmi, infine, ha una fotografia molto curata e di qualità, resa particolare dall'aver saputo rendere sul pellicola la "nebbiolina" del Po', e avvolgendo il tutto in una sorta di favola realista. In questa storia raccontata in pellicola Olmi sa perfettamente coniugare lo spirito documentaristico-investigativo con quello poetico, ricorrendo a immagini emblematiche, come ad esempio quella molto forte dei chiodi sui libri.
Il dibattito interpretativo e teologico da questo film porterebbe a riflessioni profonde e complesse. Ma al di là di questa coraggiosa presa di posizione sulla fede e sulla chiesa, c'è anche un messaggio umano di importanza primaria.
Trovo infatti davvero piena di pathos e di senso il dialogo tra Degaàn e il sacerdote suo maestro, dialogo incentrato sull'importanza dei libri che per quanto fondamentali nella storia dell'umanità, nella vita di ogni persona non possono certo andare a sostituire quelle che sono le relazioni umane.
Ed infondo è quello che il Gesù di Olmi fa: crocifiggere i libri, per andare incontro all'uomo e sinceramente rispecchia molto la mia percezione di arte e cultura come spazi per comunicare e allargare la propria visione/conoscenza, ma mai sostitutivi di rapporti interpersonali.

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la lanterna magica

martedì, 29 maggio 2007
Contrasto

Aveva il fuoco nelle vene, e tutti i tramonti arrossati sulle gote.
Aveva la tempesta fra i tendini e il lampo negli occhi.
Aveva il purpureo desiderio tra le curva della labbra.
 
Allora sfogliami
come un libro inumidito sul tuo indice
Come petali di velluto a impollinarti le palpebre
Come una seconda pelle che si scioglie sotto i palmi
 
Allora sfogliami
 
Come un quaderno odoroso di ricordi
Come un sorso ghiacciato e lento dritto nello stomaco
Come la cera che coagula il tempo.
 
Bruciava nei brividi, ed erano colori addensati nelle rughe,
desideri in fiore ricamati nei silenzi, erano grida che spaccavano,
e seni accarezzati dal grecale
Allora sfogliami
Con le unghie a sgraffiare stoffe
Con i denti a succhiare la schiena
Con gli occhi a attorcigliar i contorni
 
Allora sfogliami
 
Che io sia goccia stillata
Nel caldo dei respiri
Forse solo un affannoso sbiadito veleno
 
E l’amor la fiamma che le ardeva addosso.
D’intorno, nell’incendio un’apnea.
Tu.
Il suo sole.
 
Di lei.
Di lei non rimase che una storia, raccontata fra le mani, nel bruciore della gola e del miocardio, cucita a salmastro nelle viscere, rammendata nella memoria, vibrante , vischiosa, in trasparenza palpitante ancora come il più giovane dei presenti, pungente come il più crudele dei non vissuti.

Testo e foto di Erika

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agua y chocolate

domenica, 27 maggio 2007
Ultime letture dai treni

Ultimamente sto recuperando del tempo per dedicarmi alla lettura, soprattutto di volumi accumlati negli ultimi anni, quando, dovendo ritagliare dal lavoro il tempo per studiare, mi compravo romanzi e altri saggio per letture Finora ritagliavo minuti dal presonno, con risultati disastrosi: il mio macinino celebrale continuava ad andare per conto suo, a fare bilanci delle giornate, a prepararsi per quelle successivi, a farsi prendere dal sonno ( e dai sogni). Ultimamente, oltre al salmastroso tempo delle letture in spiaggia ( che per me non sono mai da spiaggia), ho riconquistato lo spazio della lettura in treno ed è veramente incandescente, perchè, come accade sul mare, è un tempo dedicato, un tempo lungo, un tempo immerso, in cui mi sento davvero coinvolta dai libri. Negli ultimi viaggi AR, che equivalgono a 12 treni), ho scoperto questi due libri che mi hanno appassionato notevolmente:
Ti prendo e ti porto via ( N.Ammaniti): Ammaniti mi era piaciuto molto ai tempi di " Io non ha paura ", e poi ho preso questo libro e messo da parte in stand by. Mi piace lo stile asciutto e filmico del racconto, soprattutto la manipolazione del tempo che è molto vicina a un trattamento filmico che letterario. I personaggi sono ben definiti, ma non stereotipati, così come l'ambiente, una sperduta e provinciale campagna tra toscana e lazio, per altro da me visitato poco dopo la lettura nella mia gita maremmana, non fa solamente da sfondo, ma interagisce nelle vite delle persone. L'abilità di Ammanniti è quella di saper anche condensare nella narrazione i moltpelici punti di vista dei personaggi, anche se il racconto è portato avanti dal protagonista adolescente. L'intreccio funziona bene, e nello scorrere delle pagine il clima da giallo e da tragico epilogo si muovono interesecandosi in una drammaticità crescente, riuscendo a far pervenire al lettore le sensazioni che poteranno alla risoluzione dell'incipit, anche se il romanzo inizia ai 3/4 della storia diegetica. Credo che il tema del libro sia l'adolescenza, vissuta come una lunga ferita che ci si porta dietro nel corso della vita. L'adolescenza non solo dell'io narrante, ma anche dei personaggi circostanti come la prof e il musicista, i quali a distanza di anni fanno ancora i conti e pagano le conseguenze nella loro adultità. Il finale è davvero molto tragico, lascia l'amaro in bocca, tanto da intaccare a ritroso anche la bella sequenza delle terme di saturnia in notturna, in cui un altro epilogo pareva possibile. Ma i personaggi, sebbene consapevoli, sembrano andare incontro anche a un destino assurdo, a cui non ci si può piegare. Anche se per il protagonista, paradossalmente, proprio in questa inelettuabilità troverà la "sua" via di fuga, per una vita diversa da quella che gli era imposta.

Triste, solitario y final ( O. Soriano). Questo è un libro per gli amanti del cinema. L'autore ambienta questo suo giallo con tutti gli ingredienti del classico hard boiled, riferimento indispensabile per il mio amato noir americano degli anni 40/50. Il libro è ironico, breve, esaustivo ( anzi fa venire un po' di dispiacere quando finisce...come dire...troppo breve? ma forse questo desiderio che innesca è una virtù), con un timing perfetto. Soriano si appropria degli elementi dell'hard boiled, dal linguaggio, alle ambientazioni e ai dettagli, ma li mischia come un abile giocatore di carte. E l'aspetto giocoso è l'elemento che rende entusiasmante la lettura di questo testo: Soriano non solo riprende le fila di un genere ben determinato, ma ci aggiunge i suoi miti cinematografici ( come Chaplin, Wayne, jane Fonda) facendoli interagire tra di loro, accogliendo le istanze narrative di Chandler, e primo fra tutti, del suo lungo addio. Il risultato è la creazione di un perfetto equilibrio capace di giostrare l'assurdità delle situazioni. Anzi penso che proprio l'utlizzo di istanze classiche del genere ( le sigarette a metà, gli asfalti bagnati, le belle dark lady di hollywood, i gatti ma anche il whisky, il dective che combatte solitariamente contro poteri più o meno occulti della città, contrubuiscono a rendere forte una cornice entro cui la storia un po' onirica e paradossale si muove. Una lettura straordinaria, soprattutto per chi il cinema lo vive seriamente, e autoironicamente.

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babel

venerdì, 25 maggio 2007
Dinard, Dinan con tutti i sensi addosso

Dinard e Dinan hanno solo il nome che si somiglia. Dinan è un caratteristico paesino medievale francese, le strade sono animate da bandiere colorate, le donne indossano larghe fasce in testa, per raccogliere i capelli, e un po’ ricordano la presenza degli antichi pirati nel mare poco distante. Ci sono le mura su cui passeggiare, gli archi, le torri, tutto perfettamente al suo posto. Dal centro una ripida discesa porta verso il fiume. E sulla destra c’è un minuscolo negozio colmo di perline, perle, nastri di ogni tipo e colore, per costruirsi i propri monili. Quando vi sono entrata mi sembrava di essere nel paese delle meraviglie: rifrangenze di ogni tipo si specchiavano nei miei occhi, mi piace molto la trasparenze cromata dei monili in vetro. Mi piace assemblarli insieme creando qualcosa da indossare a misura del mio umore. In quel momento mi sentivo come una bambina: curiosa, sorpresa, fantasiosa. Ci sono luoghi piccoli che mettono in concerto tutti i nostri sensi, e così mi è accaduto nella bottega delle perle: toccare il vetro, sentirlo tintinnare nella mani altrui, rapire sguardi riflessi, una sinfonia in cui le emozioni sono prima di tutto sensazioni. E son tornata in Italia con diverse pietre azzurre, poi divenute una collana etnica. La sera stessa prima del tramonto son arrivata a Dinard, e certo è diverso. E’ un paesino un po’ snob, con una croisette tipicamente francese sul lungomare, qualche ristorante pieno di atmosfera, e l’aria un po’ sfacciata del luogo da vacanza. Eppure per me è un posto prezioso. I miei orecchi e tutto il resto hanno sentito parole che desideravano, che hanno saputo aspettare. Ma poi trovarcisi immersi è tutta un’altra cosa. Certe parole fanno effetto come il negozio di perle: una giravolta di sensazioni, emozioni, che poi son ricordi, che poi restano inchiodate nel presente, amabilmente. E’ un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, certe parole dalla loro autenticità e bellezza fan tremare la pelle, risuonano nelle orecchie, fanno brillare gli occhi, rendono soffusa la voce, e persino il sapore delle labbra pare più dolce. Ecco perché per me quella sera Dinard era davvero un posto magnifico.

Foto tratta dal negozio online

Note al margine: "Joy" di Giovanni Allevi è un album spettacolare....di quelli che si ascoltano con tutti i sensi, per restare in tema...

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le città invisibili

mercoledì, 23 maggio 2007
In un soffio

           
Ho voglia di sentirti
in un soffio sul collo
non un respiro qualunque
ma il tuo
denso di fibrillazione
polposo come un frutto imploso.
Voglio imprimerlo sulla pelle
in trasparenza
a sigillare liquidi fremiti
spezzate ore
e sfuocate labbra.
Nel languore umido
di uno smarrimento
nel dondolio ruggente
di un’alba addosso
sospirare di stelle.
( Erika )
 
 
 foto tratta da Southern Appalachian Nature Photographers
 
Note al margine: Ho un grande archivio di dvd, alcuni dei quali regalatomi da amici, di cui ancora qualcuno da vedere. Stanotte mi son svegliata insonne, ho messo un dvd dal titolo " Una storia vera ", e solo dopo ho scoperto che era di Lynch. E' davvero un bel film, positivo, semplice, insomma non sembra di Lynch. Mi piace stupirmi.
 

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eros, la città bianca

martedì, 22 maggio 2007
D’amore, d’ombra e di città invisibili ( 1 )

(Quasi mille libri in 20mq, sono, come dice Calvino, il mio personale modo di catalogare gli istanti. Sono i miei anni racchiusi in ciò che evocano. Non ne parlo mai molto, forse perché è una passione molto antica, rispetto ad altre, ma importante. Ci sono poi preferenze che si possono approssimativamente catalogare: la letteratura neorealista, il 900 americano, i libri dei poeti, di cinema, di pittura, qualche saggio di psicologia, e tanta letteratura contemporanea, che spazia dal sudamerica al medioriente. Ci sono passioni che hanno nome cognome e scegliere è impossibile, come dover scegliere tra MacBeth e Don Chisciotte, così diversi, così complementari. Però fra tutti ricorrono due autori che ho amato ed amo molto. Nel loro caso mi spingo a “sceglierli” perché ho letto tutta la loro scrittura, ma soprattutto perché la loro scrittura l’ho rielaborata, non tanto nel mio scrivere, quanto nel mio vivere.)
 
La passione per Isabel Allende e Italo Calvino credo si evinca da molto: dalle mie letture, dal nome che do alle cose, dai miei spazi virtuali, dalle mie collezioni reali, ma soprattutto da quell’intersecazione che la vita ha con la letteratura, per cui il proprio sguardo si allarga, si completa, di respiri più ampi, fino a personalizzare il proprio modo di sentire e di vivere.
La Allende ha rappresentanto molto e in molti modi diversi. Ho iniziato a leggere i suoi romanzi alla fine delle superiori ed allora mi colpivano i suoi romanzi, e soprattutto le sue protagoniste, erano veramente rappresentative e concilianti con i miei bisogni. Il credere che possa esistere un modo autentico di vivere la propria sensualità e femminilità, pur accordandosi con il mondo, in un processo evolutivo in cui la scrittura è al tempo stesso strumento di crescita, riparazione, approdo.
Mi piacevano inoltre molto le famiglie rappresentate nei primi romanzi della Allende: forse perché erano numerose, a metà tra magia e misticismo, famiglie allargate, divise, matriarcali, con qualche fantasma pronto a riconciliare tempi e luoghi. Inoltre il Cile dal realismo magico mi rammentava un po’ il sud selvaggio e antico evocato dai miei nonni, un legame endemico che, prima ancora di vederlo, mi è passato nel sangue proprio mediante i racconti. E poi la sua scrittura: descrittiva ma appassionata, autoironica ( un grande insegnamento che mi ha reso più sicura) e puntuale.
Anni dopo, ancora la Allende si è “intromessa” nella mia vita, ma in modo più concreto, più vivo: in un momento molto difficile. Per me la lettura e la scrittura sono stati da sempre i mezzi priveligiati per mantenere il contatto con me stessa e al contempo mediare con la realtà fuori da me stessa. Da quando ho imparato a scrivere ho sempre scritto, soprattutto sogni e ricordi, una mescolanza di cronologie tra aspettative e memoria che si coaugulavano, e che nelle parole cercavo di cristallizzare per non dimenticare. In quel momento di profonda prostazione emotiva e fisica, la scrittura mi guarì: inventavo racconti, per rielaborare i miei lutti, per crescere, nei racconti c’era così un confine labile tra fantasia e realtà, e mi soprannominarono Erikaluna, in riferimento a Evaluna, che, come Sherazade, raccontava per non perdere la vita. Già, in quel momento era necessario questa mescolanza di fiabe che si intersecano, fino a creare realtà che prima non esistevano. Quindi la passionalità, la femminilità, l’impegno politico, la sensualità, la famiglia, un realismo magico, la memoria, le parole come crudele filtro per raccontare le mostruosità, per sondarsi, per crescere, la scrittura come mezzo per “salvare” il mondo e se stessi. Ma anche un’altra frase che mi piace molto tratto proprio da Evaluna: “Forse la fortuna fece sì che ci trovassimo fra le mani un amore straordinario e io non avessi più bisogno di inventarlo, ma solo di vestirlo a festa perché durasse nella memoria, secondo il principio che è possibile costruirsi la realtà a misura dei nostri desideri.” Perché la vita non sia mai solo rifugiata nel racconto, ma anche e soprattutto vissuta, vibrante di un continuo atto estatico creativo.
Note al margine: L'unica cosa che si possiede è l'amore che si dà ( I.Allende)

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sherazade

lunedì, 21 maggio 2007
St. Michel, e le gradazioni del passato

St. Michel è entrato nella mia vita molti anni fa…penso che erano i tempi della 4^ elementare, e ricordo che la maestra, parlandoci della Francia, ci dettò due paginate appassionate su questo luogo. Lo descrisse come un posto magico, pieno di fascino e forza della natura, con un alone di misticismo che si intersecava in queste energie, un connubio che si ritrovava nel fenomeno delle maree. Un fenomeno che allora mi sedusse, stimolando così la mia fantasia. Ricordo che allora mi promisi che un giorno ci sarei andata. Anzi, penso sia stato in assoluto il primo luogo che ho “desiderato” vedere. Nel frattempo si sono sommati altri viaggi, altre fantasticherie, altre magie e altre seduzioni, ma negli anni quella sensazione di curiosità tipica dell’infanzia mi è rimasta dentro, ben ormeggiata alla mia innata voglia di viaggiare. La scorsa estate ho così visitato St.Michel. A dire il vero quel giorno ne rimasi un po’ delusa: forse per la grande aspettativa, forse perché, reduce dalla Bretagna, mi ero già fatta una bella panoramica di maree, forse perché i vicoli straripavano di turisti tanto accalcati da nascondere la bellezza del posto. A ripensarci adesso, guardando le foto, mischiando così il presente con le varie gradazioni di passato,  il ricordo è comunque una foto calorosa, piena di emozione. C’è una via quasi segreta e impercettibile che scivola lungo il saliscendi dei numerosi vicoli. C’è un’austerità medievale che ostenta potere negli spigoli delle guglie che bucano il cielo. C’è il mare tutto intorno che cresce e si abbassa secondo la luna. C’è una lingua di terra sottile che collega St. Michel alla terra ferma, una strada che poi con l’alta marea scompare. E St.Michel diventa un’isola. Ecco. C’è questo senso di precarietà fragile, come il misticismo nelle punte delle guglie, come le strade che scompaiono con le maree che impera a St.Michel. Come se la stessa natura e lo stesso rigore mistico alla fine cedessero a forze più grandi. C’è la possibilità di non tornare sulla terra ferma, se non si presta attenzione talvolta questo non guasta. Come se il vivere sul momento imprevedibile fosse la regolarità. Come se ci si potesse chiudere in certi istanti nelle nostre mura per ritrovarsi, e in altri istanti gettare ponti verso gli altri.

Note al margine: Così tornano viaggi che han bisogno di parole, fra viaggi altrui come quelli recenti di Leanne, come gli "stream" di Marco, e quelli che stiamo progettando ;) e poi, passando dalla vita da spiaggia a una giornata febbriciante e senza voce un modo di muoversi andrà trovato:)

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le città invisibili

venerdì, 18 maggio 2007

 
Voglio ballarti
su tutto il tuo corpo
ebbra di luce e languore
come l’onda scivolare
su ogni estremità
risucchiando schiuma ed echi.
 
Ancora
voglio afferrarmi a te
un unico brivido
che suadente scava,
tremolante sussulto e breccia
nei sottofondi dell’anima.
 
E lenta stringerti nei respiri.
 
Allora potrei placare gli abissi
con rinnovata sete di te.
Green Dress, T.Lempicka
Note al margine: Un bellissimo omaggio di Simo alla mia scrittrice preferita...( che si capisce, dato il nick e nome del blog;) :

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simposio

mercoledì, 16 maggio 2007
Nella distanza di un passo

Esterno giorno, pomeriggio di prima estate, tra le bancarelle colorate del mercato, sventolanti di parei, costumi e altre coperture.
Odore di pizza al taglio mischiato alle creme abbronzanti. Passi nudi, ancora pallidi, altri già di bronzo, piedi racchiusi in scarpe di tela, piedi su trampoli o legati fino alla caviglia. E intorno luce, tra le persone. Lui, furtivamente cattura sguardi, e dettagli non casuali. Lui ha una borsetta bordeaux a tracollo, sui 35 anni, poca barba incolta. E in mano un libro sul silenzio. Lui. Passeggia da un angolo all’altro della strada. Cerca con gli occhi, frugando con l’anima appuntita, qualche scintilla interrogativa, come se passasse ai raggi x ogni essere informe della folla, dandogli a ciascuno il senso dell’assenza. Lui, scava non a caso. Nei passi a volte falcati a volte delle dolci delle giovani donne. Gonne che ondeggiano, jeans che strusciano, senza poesia. Il suo sguardo si posa solo in un secondo momento sul viso, spesso nascosto dietro enormi occhiali neri. Il suo sguardo si posa in un terzo momento sulle mani, e in fila come sdrucciolando con meno interesse sul seno, sui fianchi, sulle gambe e in questo viaggio passa sul viso di lui una sequenza di probabilità imperfette. Ma il primo sguardo non è sul corpo, né sul suo movimento. E’ sulla borsa, perché ne cerca una precisa, secondo le indicazioni dettagliate datole ma davanti a lui un can can di tessuti e colori e modelli diversi: acque marine, lino, pelle, disegni tecnici, maniglie. E altri destini improbabili racchiusi dentro. Storie che non si son date appuntamento. Ogni tanto le mani si spazientiscono sul cellulare a scrivere il tremore e il timore di questi risolutivi minuti, e un sollievo per ogni risposta ricevuta.
Tra poco saranno occhi negli occhi, e non solo voce, e non solo immaginazione.
Lei arriva da dietro, cioè dal mare. Fluida camminata, con i capelli biondi lunghi e sciolti, ballano sulle spalle leggermente scoperte. Lei incede, suono di pantaloni color panna e pelle bronzea. Ha occhiali neri, da cui trapela curiosità, e cerca. . La sua borsa è grande, colorata di frutta stampata. Dentro la borsa fuoriesce un giubbotto di jeans, come aggrappato: un biglietto da visita, un segnale di riconoscimento. Lui le dà le spalle, non si è accorto che lei da dietro arriva suadente, procede curiosa, impaurita ma convinta. Lui pensa che ormai lei non verrà, si sente stupido, sciocco, bambino, ferito. Allora ferma un gruppo di viados. Nel pomeriggio si ritrovano spesso in giro per le bancarelle del mercato. Lui si mette a chiaccherare, con la scusa di un accendino. E le regala il libro, quello che doveva renderlo diverso da un milione di persone, quello che racchiudeva l’attesa di lei, che avrebbe per sempre arhiviato nella seconda di copertina tutta un'altra storia, ad esempio quella di un incontro. Guarda le loro pelli scure, i seni propromenti esposti agli sguardi stanche, pensa che loro non si aspettano più niente dalla vita, ma son comunque ripieni di speranza, di voglia di farcela, di consapevolezza, che magari tutto passerà. Lui procede, più leggero, con gli occhi che bruciano, e una scottatura sul cuore, sull’orgoglio e così sia.
Lei da dietro ha visto, senza sentire. Subito nella sua testa una tempesta, un disegno si infrange prima di colorarsi. Lei resta incerta, traballante. Lei immagina o crede. Deve scegliere tra queste due opzioni. Si sente stupida, sciocca, bambina, tradita. Pensa che lui sia un meschino, pensa che l’ha presa in giro, che è implicato in loschi giri, che anche questa volta ha abboccato a qualcosa di bello e di irreale. Lei non guarda ciò che accade, è stritolata da un immaginario più forte della tenacia di stare nel momento. Come del resto lui pensa di lei, talmente sleale da non presentarsi. Allora lei silenziosamente, si rigira e torna verso il mare. A un certo punto svicola dietro una bancarella. Il tempo di asciugarsi una lacrima dagli occhiali scuri, nel retrobottega, nel retrogusto di un pomeriggio che sa di sconfitta.
Così ciascuno dei due riprende la propria via, ma in direzione opposta, ognuno per i propri passi. Eppure erano ad un passo dal trovarsi.
Ed io rimango nel vuoto, un vuoto che nella sua solitudine sembra suonare, il vuoto che il loro allentamento crea. Ed io cerco di confondere il grigio tra i colori dell’estate, e resto appesa a una sospensione che non è la mia. Ed io, che vagavo prima del temporale, raccolgo sensazioni e visioni, fino a sfiorare quell’attimo che separa la paura dall’osare. Il credere dal provare. E mi ritrovo. Coraggiosa.

Foto di Federico Iadarola

Note al margine: E malgrado tutto stasera inizia Cannes, con uno dei miei prediletti, Wong Kar Wai  , anzi due, dato il protagonista del suo film...

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sherazade