Quando lo straordinario diventa quotidiano, allora è rivoluzione.(E.Che Guevara)

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giovedì, 30 novembre 2006
1989.Dove eravamo.

Sulla scia del film.
Io nel giugno 1989 ero a Firenze. Avrei poco dopo trascorso la mia prima estate a Viareggio, e sarebbe stata una svolta epocale, visto che poi nel 1990 mi ci sarei trasferita. Ricordo Firenze sudata e afosa, con molti cantieri aperti perchè si stava preparando ad ospitare i mondiali dell'anno successivo. Ricordo, si ricordo, che andavo in giro per la città a comprare i libri da riassumere per l'estate, fra cui " sei condanne, due evasioni" di Pertini. Avevo 13 anni, e da poco avevo iniziato a fare vita di quartiere. Il mio quartiere, centralissimo e popolare, aveva una vita comunitaria molto intensa. Posso dire di aver passato gli anni della primissima adolescenza proprio e letteralmente lungo quelle strade. In questi colori, in questi vicoli ricercavo con stupore le storie di Pratolini tipo "Cronache di poveri amanti" e " Metello". Ricordo che avevo iniziato ad andare al cinema coi miei amici, e mi sembrava di fare chissà cosa. Proprio in quell'estate avevo imparato a copiare i dischi dal giradischi sulla cassetta e mi divertivo a fare delle mie artigianali compilation, le quali erano costituite da canzoni in una sequenza tale che rappresentavano tutte momenti di una storia dall'andamento classico: incontro, crisi, risuluzione, happy end. Un passatempo fra la curiosità tecnica e il bisogno di immaginazione, ma che, proprio ora che ci ripenso, erano i germi di un rudimentale e subcosciente montaggio. No, nel 1989 non giocavo con mia sorella. Perchè lei era rimasta alle barbie, io invece ero ai pensieri scritti sui diari di snoopy, alle prime passeggiate in centro con le amiche, alle merende nei pomeriggi di studio e confessioni. E tra il gruppo dei miei amici c'era un ragazzino che mi piaceva molto. Nel mio immaginario somigliava a Tom Cruise, che spopolava nei film per teen ager. Non ci vuole molto a comprendere che la somiglianza era appunto nel mio immaginario. Ci piacevamo molto, ma dopo aver capito questa reciproca piacevolezza io dovetti partire per le vacanze, e lui pure, ovviamente in posti diversi. E senza cellulari. Fu così un'estate di lunghe lettere, proprio da romanzo alla Austen. Quell'estate mi sembrò davvero un romanzo, e oggi la ricordo con molto affetto come uno dei momenti più belli della mia vita. E poi nel 1989 arrivò anche il primo bacio, poco prima che crollasse il muro di Berlino, un bacio rubato in una cripta della parrocchia e questa ambientazione mi ha fatto sempre tanto sorridere e in qualche modo resa orgogliosa perchè l'ho sempre visto come una rottura di schemi, un gesto come dire in qualche modo "ribelle".
Nel 1989 deposi la spada ed il fioretto, perchè la voglia di stare nel mondo, di consocere, sperimetarmi, era più forte delle dedizione da dedicare all'agonismo, ed un po' mi dispiacque. Un po' tanto. Forse fu davvero la prima scelta della vita, in cui scegliendo una cosa ti rendi conto di rinunciare ad altro, come diceva Calvino. Io ho sempre avuto prof molto in gamba sia alla superiori che alle medie, molto in gamba soprattutto dal lato umano. Ed in particolare mi prese in simpatia la prof d'arte, nel senso che mi suggeriva libri e mostre e stimolava il mio interesse per la tecnica e la storia dell'arte, e devo dire che anche nelle scuole successive con i prof d'arte per quanto fossi creativa ma non tecnicamente bravissima, ci stabilii sempre ottimi rapporti, perchè dipingere guardare e colorare mi faceva semplicemente stare bene, come lo scrivere, ma in modo più diretto, senza filtri...sarà anche per questo che dovendo scegliere tra arti figurative e letterarie molti anni dopo scelsi le prime.
E nel 1989 iniziò a consolidarsi anche la mia passione archeologa, diciamo...Con mio nonno stesi tutto l'albero genealogico della mia famiglia arrivando fino all'inizio dell'800, e poi cominciai a leggere i libri dei miei genitori, dei loro 20 anni per toccare coi miei occhi come erano.
Così alla fine il 1989 è davvero un punto di svolta, come poche altre intese annate.
Il giorno antecedente alla partenza per le vacanze andai al mercato in piazza con mia madre e mi comprai una maglia di Snoopy. Allora mi stava davvero grande, soprattutto lunga. Era azzurra, quello che poi è il "mio" colore, e la portai con me al mare. Snoopy è uno dei pochi fumetti che mi piaceva in quegli annil. Mi piaceva perchè era un mondo semplice e ironico, molto ironico. Così quella maglietta ha attraversato anche gl anni 90, e poi il nuovo millennio, perdendo un po' di colore, accorciandosi. Ma ancora oggi io ogni tanto me la metto per dormire. Come per accarezzare le sensazioni bellissime di quei 13 anni così intensi, destabilizzanti e in qualche modo assolutamente magici.

Note al margine: il mio parere sul film " Notte prima degli esami "


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wonderland

mercoledì, 29 novembre 2006

Equilibri

Giocare avventurarsi in qualche modo viaggiare, su certi equilibri. Si, su una corda tesa a volte consumata, che si intreccia con altri viaggi. Non sapere bene cosa ci aspetta al di là del capo della coda, ma andare, andare, andare. E basta. Camminare quasi sospesi, poche vertigini abbassando gli occhi, e molteplici battiti alzandoli e vedendo quanto sconfinato e vicino sia il cielo. Viaggiare a piedi nudi, talvolta fermarsi, non cercando il senso ed il perchè, ma stando fermi. E sentire. E quindi sentirsi. Sperimentarsi. E esserci. Nella traversata non più soli ma con tutte le facce che ci compongono, in qualche modo. Si è il mostro dalla faccia tumefatta di pongo che scappa, la prostituta che non si aspetta più niente dalla strada, la bambina bionda che credeva nelle fiabe, la principessa portata via dal castello, la guerriera che non posa la spada, l'avvocato che difende onestamente, la cantastorie e l'incantratrice, e tutte e altre mille donne che negli anni, che nei giorni si sommano, in un insieme senza confondersi, senza cozzare, e indubbiamente tenendosi forti, per mano. E nel loro girotondo il mio mondo, quel mondo di immagini parole rime storie movimenti di macchina fotogrammi che è sempre stato un faro, che mi ha salvato, che mi ha tenuto a galla per non esplodere. Il mio mondo accantonata per poco più di 365 giorni. Non per mancanza di fiducia, ma per la necessità di rendergli ossigeno, di guardare certe cose senza filtri direttamente in faccia, e un po' per timore che non potesse convivere con la mia attualità. Ma è irrunciabile, è parte di me, lo amo. E' spogliarsi e al tempo stesso crescere. E' esserci e comunicare. E farne a meno sarebbe reprimersi. Ecco, tra l'altro, in queste corde tese cosa ho ripreso. Nelle mie mani.

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donne che corrono con i lupi, sherazade

venerdì, 24 novembre 2006
Invece, di P.Noiret

Ecco questo di ricordi è più sentimentale, qualcosa che non esce dagli impulsi razionali e celebrali ma dalle fibre stesse delle sensazioni.
Sensazioni come quelle che si possono avere a 12 anni, e, ET a parte, credo proprio che a quell'età risalga il mio primo innamoramento del cinema per una manciata di film che uscirono in quegli anni tra cui "Nuovo Cinema Paradiso". Forse troppo facile per un adolescente farsi toccare dalla poesia di un film malinconico, che al di là del messaggio sul salvare il cinema, è molto incentrato sul rapporto tra la figura anziana e quella infantile, topos così stigmatizzato e ben reso affettivamente che difficilmente non ci si può non identificare. Forse inconsapevolmente già allora a parte il tessuto superficiale di una storia così attuale ( vedi la chiusura del cinema d'essai nella mia città), nasceva quella passione critica per il montaggio, vero atto autarchico del protagonista che dai pezzi di film tagliati ( propriamente baci) compone una sua pellicola tutta personale da lasciare come eredità capace di scuotere e toccare il bambino nell'ormai adulto e un po' cinico copratognista. Baci tagliati e montati, ognuno si scelga i suoi e si inventi il proprio di montaggio, suggestione infantile che forse mi aveva spinto in uno degli ultimi laboratori all'università a comporre la mia personale sinfonia di baci in un minicortometraggio.
Ci sono tanti titoli che hanno a che fare anche con la mia terra, quali Amici miei e Speriamo che sia femmina, ed altri, come la Grande abbuffata e soprattutto La famiglia, che hanno rappresentato nella mia prima adolescenza piccole passioni. E in qualche modo rappresentano appunto la nascita di una amore, quello per il cinema, tra i più fedeli e solidi della mia vita.
Senza dimenticare il poetico per eccellenza. Ossi il Neruda di Noiret sulla meravigliosa Procida insieme allo stanco Troisi. Un Neruda al tempo stesso grandioso ed umano, e quindi amabile con i suoi difetti.
Qui non si tratta di mera commemorazione critica, ma come dire di un volto che associo ad affetti e a momenti di crescita. E fa sempre un po' tristezza vederli così sullo schermo delle tv per una memoria che ha un inizio. E una fine.

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la lanterna magica

mercoledì, 22 novembre 2006

Autunno , Forlì, parco urbano

...perchè io direi che è stupendo e sensazionale quando trovi qualcuno che arriva nella tua vita, e te la sconvolge. No, non parlo delle tempeste dell'innamoramento, parlo delle fasi successive. Quando nel tempo, rallentato il tempo della conoscenza e della perlustrazione, allora si ama l'altro davvero per ciò che è e non per l'immagine che ci siam fatti di lui. Ed è davvero bello trovarsi così la vita un po' sconquassata, felicemente sconquassata. Perchè con l'altro si aprono prospettive inattese, si guarda le cose da punti vista diversi e si allarga lo sguardo, si vola col pensiero e si sogna, ma si piantano anche delle radici, pagina dopo pagina, in un continuo spogliarsi e fiorire. Direi che è semplicemente un'avventura fantastica, specialmente per me,  riluttante alle lentezze, trovare la bellezza di ogni passo compiuto. E soprattutto questa capacità di soprendersi quotidiana, di stupirsi. Mi sento davvero fortunata per ciò che mi capita, per ciò che sto scegliento e soprattutto per chi ho incontrato. Davvero, una sensazione di leggerezza e al tempo stesso di pienezza del vivere. Davvero, una fortuna.

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il diario di monique

martedì, 21 novembre 2006

Di Altman.

Di Altman mi rimane addosso la sensazione di " America Oggi ", graffiante mosaico tratteggiato dall'humor nero di Carver sull'intreccio di tante storie che corrono annodate, parallele.


Di Altman mi rimane così da lontano di un cinema americano diverso, connotato da una propria individualità a volte onnivoro a volte più semplicemente curioso. Ed ironico.

Di Altman mi rimane l'idea e l'immagine di una cinepresa che sa raccontare coralmente.


Di Altman mi resta un dvd tra quelli ancora da vedere, e
stupende parole sul suo film " the company"

In qualche modo. Di Altman. Mi resta ancora tutto da scoprire.


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la lanterna magica

domenica, 19 novembre 2006

Dolce Novembre

Gli alberi impazziti di contaminazioni che sfiorano i rossi, gli aranci, i gialli.
I primi agrumi evanescenti sulla pelle.
Poche mattinate di pioggia, anzi pochissime, e lunghi pomeriggi di sole.
Ogni sera un tramonto diverso dove nel miscolarsi delle luci ora d’oro ora viola, si lascia sempre un piccolo respiro d’azzurro.
E ai piedi la spiaggia che finalmente si riposa e montagne quasi lilla.
Le strade di fili di luci appese ma ancora spente, in attesa di dare il via alla febbre di Natale.
L’odore ovattato di tisana che pervade la prima notte, e il calore fioco ma determinato quasi morbido delle candele.
Pomeriggi a raccogliere firme, perché l’ultimo ed unico piccolo cinema d’essai non chiudesse, sensazioni che sanno di cinema splendor. E di cinema paradiso.
Altri pomeriggi a riscoprire la piazza, che sa scendere nel proprio vissuto per non contaminarsi di inceneritori.
E ancora. Il vino nuovo, Piazza del Campo che culla la luna più bella del mese, musiche raccolte che fanno da sfondo sonoro, immagini che si inseguono, treni affollati, corpi che si scaldano.
E cose, cose che delicatamente quasi con stupore, si staccano prendono spazio e fluttuano.
Una coperta dal giusto peso a coprire i brividi, la bambina rassicurata, la donna matura che osa scegliere, la forza di un abbraccio, il sogno nelle lenzuola di odori familiari che fanno stare bene.
E tutto il calore di un tempo quasi sacro.

Foto: Ben, Bargecchia, Novembre 2006

Note al margine:Tu dimmi quando, quando dove sono i tuoi occhi e la tua bocca forse in Africa che importa. Tu dimmi quando, quando dove sono le tue mani ed il tuo naso verso un giorno disperato ma io ho sete ho sete ancora. Tu dimmi quando, quando non guardarmi adesso amore sono stanco perch penso al futuro. Tu dimmi quando, quando siamo angeli che cercano un sorriso non nascondere il tuo viso perch ho sete, ho sete ancora. E vivrò, si vivrò tutto il giorno per vederti andar via fra i ricordi e questa strana pazzia e il paradiso, che non esiste chi vuole un figlio non insiste. Tu dimmi quando, quando
ho bisogni di te almeno un'ora per dirti che ti odio ancora. Tu dimmi quando, quando lo sai che non ti avr e sul tuo viso sta per nascere un sorriso ed io ho sete, ho sete ancora. E vivrò, si vivrò tutto il giorno per vederti andare via fra i ricordi e questa strana pazzia e il paradiso, che non esiste chi vuole un figlio non insiste.( " Quando")

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luce

venerdì, 17 novembre 2006

Poesie d'amore, A.Sexton, ed.Le lettere

" Disfa la spera, scucimi le ferite. Spengi la luce e ci spandiamo su carta nera"
I libri di poesie sono tra quelli più difficili da leggere per me. Perchè il mio gusto analitico così ben presente in celluloide e prosa è pressochè assente per la poesia. Forse tra l'altro mi faccio prendere molto dai versi, e leggo e vado avanti così come sento, e spesso i libri di poesia iniziati restano interminati, eccetto qualche raccolta.
Questo libro, o meglio la sua autrice, è un incontro che ho aspettato da diversi anni. Si, diversi, quando la mondadori fece uscire a grandezza cd delle raccolte di poesia ( i miti poesia) a una modica cifra, e li collezionai tutti. Erano raccolte brevi, alcune delle quali, come quella della Sexton, faceva venire voglia di approfondire la lettura e la conoscenza di certi poeti. Poi dopo circa 15 anni questa autrice è tornata così fra i miei giorni, e mi ero decisa a comprare qualche suo libro. La mia ricerca in libreria fu vana...Però alla fine ci inciampai nel libro, una sera di agosto, passeggiando per Ferrara. Altri due mesi di decanto sullo scaffale. E poi la lettura, in treno.

La propria autodefinizione è sicuramente un indizio per la lettura di queste poesie " "Sono un'attrice nel proprio dramma autobiografico". Le poesie qui raccolte mi hanno colpito per due aspetti fondamentalmente.
Da un lato nella loro contestualizzazione. Negli anni 60, queste poesie respirano di certo l'aria di una certa ala borghese ed intellettuale americana, l'aria tutta femminile ma con le dovute distanze dal femminismo e la messa in discuissione del ruolo sociale dell'uomo. Si vede scorrere tra i versi della Sexton i germi di quella ravvicinata del 68 che in America sarebbe presto scoppiata e ancora la contropartita tra la guerra in Vietnam, l'emancipazione femminile e la morte di Kennedy.
L'altro lato che più mi è piaicuto è quello più intimo. Le poesie della Sexton difatti sono dei veri e proprio mini drammi teatrali scritti con un verbo molto molto epidermico. Sono versi fisici, non tanto per i riferimenti corporali presenti, ma proprio perchè partendo da un'esperienza e da un'identità di tipo fisico, la Sexton costruisce nelle poesie una sorta di palcoscenico in cui i ruoli e gli attori non sono solo interlocutori e personaggi della sua vita, ma la folla di io che in lei, come in tutti, convivive a volte tempestosamente a volte pacificamente. Mettere in questo modo il corpo su carta, non come un erotismo ostentato alla Anais Nin ma come piuttosto ricerca e affermazione del sè, interrogazione psicologico e antropologica, è così un viaggio avvincente e profondo che non lascia indifferenti, ma che in qualche modo risveglia nel lettore colto da questi stimoli altrettanti interrogativi e messe a confronto.
Fra i versi talvolta esagerati quasi per difesa, si scorge un'intimità fragile e limpida, capace di rendere così poetico anche la più ordinaria quotidianità.


Note al margine: Sweet weight, in celebration of the woman I am let me carry a ten-foot scarf, let me drum for the nineteen-year-olds, let me carry bowls for the offering (if that is my part). Let me study the cardiovascular tissue,
let me examine the angular distance of meteors, let me suck on the stems of flowers (if that is my part). Let me make certain tribal figures (if that is my part).For this thing the body needs let me sing for the supper, for the kissing, for the correct yes. ( A.Sexton)

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sherazade

martedì, 14 novembre 2006

Il frutto imploso

Tu sfami
col tuo odore ogni vuoto
e sinuoso tempesti sulla mia pelle.

Ed io così sono
il frutto polposo
di un'imploso inverno

tra le linee della curve
succhiando morbidi istanti
impazzisce il vibrante nocciolo.

Sgorga languido il canto
lacrimoso di un'intimità
nuovamente fiorita.

Foto: Franco Arese Visconti

Note al margine:La nebbia che si posa la mattina le pietre di un sentiero di collina il falco che s'innalzerà
il primo raggio che verra` la neve che si sciogliera` correndo al mare l'impronta di una testa sul cuscino i passi lenti e incerti di un bambino lo sguardo di serenita` la mano che si tendera` la gioia di chi aspettera` per questo e quello che verra` Io canto le mani in tasca canto la voce in festa canto la banda in testa canto corro nel vento Canto la vita intera canto la primavera canto la mia preghiera canto per chi mi ascoltera` voglio cantare sempre cantare l'odore del caffe` nella cucina la casa tutta piena di mattina e l'ascensore che non va l'amore per la mia citta` la gente che sorridera` lungo la strada i rami che s'intrecciano nel cielo un vecchio che cammina tutto solo l'estate che poi passera` il grano che maturera`
la mano che lo cogliera` per questo e quello che sara` io canto le mani in tasca canto la voce in festa canto la banda in testa canto corro nel vento canto la vita intera canto la primavera canto la mia preghiera canto per chi mi ascoltera` voglio cantare sempre cantare cantare... io canto le mani in tasca e canto la voce in festa e canto la banda in testa e canto la vita intera canto...( "Io canto")

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agua y chocolate

mercoledì, 08 novembre 2006

Ballata dell'ultimo chiodo

Un istante di pelle tirata
come grido nella notte.
E’ solo strada che lascio pesante
alle mie spalle, senza frenare
nemmeno per un istante.
E’ il tempo di un dolore
acuto e sottile come un chiodo
su cui ho crocifisso
l’ultima espiazione.

Ossia.

La miopia di una bellezza inesistente.
Accelerata contro ogni logica,
non più ricerca
non più affanno.
L’ultimo sospiro
distrattamente sparso di
amarezza è dato.

Nessuna lacrima, nessun processo.
Il niente è più eloquente e
curativo di ogni unguento.

Finalmente
Resurrezione.
Finalmente.
Libera.

foto: Biblioteca dei ragazzi, Viareggio.


Note al margine anticonformiste libere e intramontabili: TI HO DETTO TI AMO , MI HAI DETTO ASPETTAMI , MI HAI DETTO ECCOMI , TI HO DETTO ARRIVEDERCI . . . . JULES ET JIM ( F . TROUFFAUT )

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donne che corrono con i lupi

Lo sguardo che non scalda Napoli.
 
Ci sono luoghi del mondo che restano nel cuore, città che ci accompagnano non come una valigia, come piuttosto come qualcosa che ci appartiene dentro, che fa parte di noi e in cui ritornare fa sentire a casa, città a cui si rubano sguardi, luci, odori, per renderli un po’ nostri, e portarli nel nostro ovunque. E nel nostro comunque.
Io ricordo Napoli, prima di tutto come una canzone, anzi. Come una serie di canzoni. Era una Napoli cantata, e che mi arrivava nell’accento vicino ma non abbastanza perfetto di mio nonno, e in quella imperfezione ancora più caldo. Mio nonno, ragazzo ancora più a sud di Napoli, proveniente da un minuscolo paese calabro a metà tra il mare e la montagna, ricordava Napoli come la prima grande città che fosse capitata nella sua vita, ai tempi del militare, una città solare come una via d’uscita. E di riscatto. Lui ci cantava spesso le canzoni napoletane, erano canzoni di passione, e di bastimenti che partivano e di emigranti. Come quelli che i suoi stessi occhi avevano visto partire dalle coste del Tirreno, fino all’Argentina. La stessa rotta per ben 7 dei suoi 9 fratelli. Il suo preferito morì in guerra, e lui che la guerra invece la passò da vivo, decise di restare, e di trovare la sua Argentina qui in Italia. Napoli è una città sognata, desiderata, che arriva attraverso i film in bianco e nero piegati di neorealismo, ma anche attraverso le parole strascicate e sottili di un attore, un attore sottile, dall’ironia sottile, dalla vita contata. E sottile. Al di là dell’immaginario, Napoli mi arrivò come qualcosa che io stessa scelsi, per quella leggera ossessione di andare a toccare le radici sparse che mi prende spesso. E Napoli la feci arrivare, anzi ci arrivai, qualche anno fa, insieme alla mia famiglia. L’ultimo viaggio insieme, prima che ognuno viaggiasse per conto proprio su strade differenti anche se non alienanti. Mi ricordo i sapori, di arance e limoni, del mare d’inverno, l’odore di caffè nelle piazze, di strade grandi e di palazzi portati a nuovo, di palazzi reali e di lenzuola stese fuori, di miti del calcio indelebili e di un grande teatro capace di fare storia. La mozzarella di bufala da quel momento divenne una delle mie passioni gastronomiche, quel gusto che si scioglie in bocca, che sa di freschezza e genuinità ancestrale. Erano gli anni in cui Napoli era così diversa dalla città disperata e malavitosa che spesso dipingevano, era una città che sembrava rinata cambiata e orgogliosa di un nuovo cammino. Dopo quel viaggio ho rivisto ancora Napoli. Era nei fuochi di artificio di un improvvisato capodanno partenopeo, e poi lentamente tornarci a Napoli, ogni volta trovarla più sbiadita. Entrarci proprio nel suo ventre, viverla non come un viaggio, ma come una quotidianità e con una continuità molto concreta e reale, vederla sbiadire come una foto che scompare. Toccare il fondo delle sue periferie abbandonate allo stato selvaggio, dei suoi barboni ammucchiati fuori dalla stazione, delle tonnellate di rifiuti che ormeggiano quella Pozzuoli che nel cinema era un piccolo mito. Vedere soprattutto nei giovani, nei ragazzini, la piena sfiducia nel presente, nel riscatto, nella possibilità di cambiamento, lasciarsi andare, come chi non ha niente da perdere, vedere che è diffuso nella gente il fatto che tutto va bene così, che tutto è accettabile, che niente può mutare. Eppure amarla come città, anche nella disperazione,e pensare a tutti quei ragazzini che sono sulla strada in città come in periferia ad aspettare chissà cosa, e a pensarci che avrebbero diritto a vedere con altri occhi. E a vedere altro. Da allora non ci sono più stata a Napoli, delle ultime visite così malinconiche e grigie mi sono portata via solo il raggio verde, che però è giù fuori rotta, è già Ischia. Però nell’ultimo anno ho trascorso molto tempo con una napoletana verace, intelligente, passionale, sensibile, ironica, insomma un’amica. Un’amica che per quanto innamorata di Napoli dove risiede la sua famiglia e attualmente lavora col suo ragazzo, spera già di poter tornare quanto prima su, qua a nord, di “salire”, come dicono loro. Perché, per quanto innamorata della sua città, non crede più che sia quello il suo posto, e il posto per i suoi futuri figli. Sembra quasi che la vecchia storia di mio nonno ricominci. Ecco. Il vero dolore è questo, il non credere più. Eppure ci deve essere un colpo di luce, un colpo di reni ben più forte di qualsiasi lupara o esercito per far risorgere una città, le sue persone, scaldare da dentro perché ancora qualcuno ricominci a crederci. Che un’altra Napoli è possibile.
Piazza del Plebiscito
Note al margine: A vita è tosta e nisciuno ti aiuta, o meglio ce sta chi t'aiuta ma una vota sola, pe' pute' di': T'aggio aiutato... ( E.De Filippo)

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le città invisibili