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domenica, 15 novembre 2009
Gli abbracci spezzati

ovvero. Una dichiarazione d'amore tra il regista e il cinema.
Non è il miglior film di Almodovar, ma di certo è una delle più intense dichiarazioni d'amore tra un cineasta e il cinema stesso.
La storia ruota intorno a una storia d'amore tra un cineasta e un'attrice con cui sta realizzando il primo film e la storia si muove con continui spostamenti tra il presente e il passato in cui quella storia appassionata e tragica si è svolta.
Il resto merita di essere visto, non letto.
Ma sotto la trama ci sono motivazioni e aspetti che vanno oltre il racconto e che si diramano su due binari princiapali: la molteplicità dell'essere e il rapporto tra il regista e il cinema.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si nota dall'inizio che tutto è doppio: i personaggi, non solo i protagonisti hanno nomi doppi, oppure lo stesso nome appartiene a due personaggi (Ernest). Le icone sono doppie, come i tre crocifissi identici che ci sono sia a casa del regista che della produttrice, la coca cola che Diego fatalmente beve, e infondo i film che coscientemente vediamo seduti al cinema sono due: "Gli abbracci spezzati" dentro al quale si gira e si monta "Ragazze e valigie". In questo gioco Pirandelliano, è sicuramente il personaggio di P.Cruz che meglio incarna questo aspetto esistenziale. Indossando una maschera dalla testa ai piedi, passa dalla figlia attenta e scrupolosa, alla perfetta segretaria, passando per amante, attrice che ricalca A.Hepburn, donna innamorata, ferita, oltraggiata, impaurita e così via come la Bergmann palesemente inserita di "Viaggio in Italia". La sequenza ambientata nel camerino, luogo sacro dell'attore, in cui Lena, l'attrice, cambia espressione, parrucche, trucco in maniera incalzante davanti all'obbiettivo fotografico del regista.
Per il secondo aspetto, ossia l'amore per il cinema, sono evidenti numerose citazioni che fanno da cornice d'impianto alla storia con ampi riferimenti al cinema classico. Basta pensare alle riprese di sera della camera dove si muovono le ombre di Lena e Michael o alle scale o alla stessa citazione della Moreau o delle scale per sentire le vene del Noir classico scorrere nella pellicola. E senza dubbio c'è anche molto di otto e mezzo, con il felliniano tentativo di finire un film condensato nell'ultima frase del film "I film devono essere finiti, anche se alla cieca." ma anche con la dolorosa e necessaria ricostruzione della memoria.
Poi c'è il mezzo cinematografico, e prima di tutto gli occhi che giocano un ruolo fondamentale: occhi che non vedono più come nella cecità del regista, occhi ossessivi come nella mdp di Ernesto figlio che vuole documentare il film che si gira, o quelli del padre animati da morbosità e gelosia, la telecamera del film che si sta girando, le foto spezzate, come gli abbracci, ma anche le scene da rimontare, le trame che prendono forma in parole, le parole che non si sentono ma che si leggono solo sulle labbra. Insomma il cinema con i suoi meccanismi è semplicemente protagonista indiscusso della pellicola. Come proprio in uno specchi bergmaniano ( sarà per questo che le dita di Diego scorrono su Fanny e Alexander). Il cinema che racconta storie, ma che preserva anche la memoria, che diviene così parte integrante del proprio essere, della quotidianità in cui tutti infondo abbiamo i nostri piccoli grandi film da finire. Ma in tutto ciò il cinema non è solo finzione, altrimenti tutto cadrebbe. Il cinema è autenticità assoluta come si evince dalla scena che più ho amato di questa visione: Ernesto padre che si fa leggere il labiale del documentario per spiare Lena, la quale, stanca alla fine fa la sua dichiarazione sulla fine della loro relazione. A questo punto entra Lena, che in sovrapposizione al girato su di sè ripete le parole, aggiungendo la sua presenza e la sua voce.
I due temi vengono raccontati, affidati, lasciati a Diego, il giovane figlio del regista e della produttrice, il quale con entusiasmo e passione segue il cinema e la storia che gli raccontano, senza giudicare. Come spesso accade nei film di Almodvar i giovani sono così depositari di una memoria importante ma anche di una speranza fondata.

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la lanterna magica

domenica, 01 novembre 2009
L'amore, e la follia

Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto una isterica.

A.Merini


( oggi se ne va una delle poetesse che più amo, per l'amore, e l'isteria, per la copia di sè che spesso recitava, per l'autenticità dei suoi versi)


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donne che corrono con i lupi

domenica, 04 ottobre 2009
Bastardi senza gloria

(

La trama è nota a tutti. Nella francia occupata dai nazisti tra il 1941 e il 1943, si svolgono le vicende parallele di un gruppo di soldati americani di origine ebrea ( i bastardi senza gloria) che seminano il panico tra le truppe naziste perchè il loro obbiettivo è farli fuori, portandosi via lo scalpo. E la vicenda di Shoshanna, una giovane ebrea fuggita ad un eccidio nazista e che a Parigi gestisce un cinema. In occasione di un’ importante premiere di propaganda presieduta da Goebbles e che ospiterà anche Hitler le due vicende parallele si intersecano con il fine di far fuori i vertici delle SS e della Gestapo, da parte dei Bastardi, e di bruciare il cinema intero per lo stesso scopo da parte di Shoshanna dando fuoco alle 350 pellicole al nitrato conservate nell’archivio. Alla fine l’obbiettivo sarà raggiunto e la seconda guerra mondiale terminerà diversamente da come la storia invece ha scritto.

Cosa dire di Quentin che non ho già detto?
Tecnicamente: nel film ritroviamo le caratteristiche del suo linguaggio filmico ( video split, fermimmagine con didascalie etc etc) anche se meno ostentate rispetto ai precedenti.
I movimenti della mdp son ben controllati, le inquadrature riprendono le lezioni di Leone sul western, i movimenti sono precisi e contribuiscono alla suspense che, insieme a una brillante ironia, fa parte della storia. A tale proposito bellissima è la sequenza in cui i Bastardi chiedono al soldato semplice, che poi rilasceranno alcune indicazione, strategiche sulla cartina: i movimenti di macchina nel dialogo sui primi piani dei 3 personaggi e sulla cartina sono assolutamente avvincenti e perfetti.
Dal punto di vista della narrazione Tarantino sappiamo che è un grande burattinaio: i suoi personaggi si muovono bene, così bene da cambiare persino la storia scritta. Ogni tanto ci regala qualche dettaglio di messa in scena splendido ( come il bicchiere di latte che ricorre nei due incontri tra Shonsganna e Landa) o come la pipa alla S. Holmes di Landa stesso, connotandolo fin dal principio come un investigatore più che come un militare.
La prima sequenza di 10 min sull’eccidio della famiglia ebrea posso definirla magistrale: per il ritmo, per le inquadrature, per la capacità di sintetizzare in immagini e parole (il discorso dei ratti) l’essenza dell’olocausto. Altrettanto meravigliosa è l’ultima parte nel cinema dove il sonoro delle sparatorie sullo schermo copre quelle reali, e dove il montaggio alternato tra il soldato che recita nel film e la sua morte effettiva è molto toccante.
Probabilmente dal film si evince un punto di vista americano, e non poteva essere altrimenti. E’ interessante vedere come i vari popoli che si muovono nella storia (italiani, tedeschi, neri) siano connotati con le banali etichettature correnti.
Gli attori sono molto bravi e convicenti, soprattutto l’interprete di Landa. Inoltre: sarà un caso che il primo a morire dell’operazione Kino è proprio il soldato che prima della guerra faceva il critico cinematografico?
Infine i due punti che non mancano mai nei film di Tarantino: la donna come figura di riscatto umano e il cinema.
Anche in questo film le donne sono personaggi positivi e detentrici di valori umani da salvaguardare. Le due protagoniste femminili sono assolutamente bravissime entrambe. Tra l’altro numerose furono le attrice del terzo reich che misero a repentaglio la loro vita come spie. Inoltre nella scena finale di Shonshanna ci aspettiamo ardentemente come pubblico che non spari il colpo finale, per quanto il tema della vendetta fosse già presente in altri film di Tarantino, e qui, a differenza di Kill Bill, la donna davanti al soldato morente ha quella pietas che dovrebbe distinguere l’umanità, anche se le costerà la vita stessa. Ma Shonshanna continuerà a vivere nel gesto audace del montaggio in cui come giovane ebrea dà a tutta la nazione tedesca il suo messaggio, e nel gesto di bruciare così tutto il cinema.
Il cinema, un atto d’amore. Una riflessione per il cinema di propaganda, ma anche per il cinema di Pabst e dei cineasti ebrei nella Germania prenazista. Ma anche il cinema che in qualche modo può cambiare la storia. E se non lo può fare il cinema, in questo caso ci può riuscire un cinema bruciando se stesso. E la chiave vincente di questo film credo sia proprio la possibilità di rivolgersi sia al largo pubblico, come storia di una storia che poteva essere diversa, sia a quello esperto che si può divertire come sempre a cercare riferimenti di altre cinematorgafie.
Il film è anche in qualche modo catartico: per la prima volta gli ebrei li vediamo essi stessi violenti, i ruoli sono ribaltati. E il dilemma rimane questo. Per la prima volta il regista ha fatto un’opera storicamente inquadrata, tra l’altro la violenza delle SS basta da sé e mi chiedo che le circa tre sequenze un po’ splatter fossero così necessarie…a questo punto credo che non ne abbia più bisogno Tarantino: il film regge bene anche da solo, e il suo pubblico la lezione sulla violenza ostentata l’ha ormai compresa.
Bella e attuale anche il discorso sull’uniforme: un uomo non cambia il suo passato togliendosela. E sulla scena finale, quando Pitt traccia l’ennesima svastica in merito, come non pensarla autoreferenziale la domanda “E’ il mio capolavoro?”
Secondo me si, è il capolavoro di Tarantino, perchè l’ho trovato geniale, cresciuto, con alcune cose ancora da rivedere, ma sicuramente il suo film più completo.

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la lanterna magica

giovedì, 01 ottobre 2009
I sogni ad occhi aperti

"Sogno di andare nella mia terra, nel mio paese ma non dimenticare il favore dell'Italia: i compagni, la scuola, le professoresse e i professori e l'ambiente. Mi piace avere un cuore morbido" ("I sogni ad occhi aperti", lab.interculturale)

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senza perdere la tenerezza

mercoledì, 30 settembre 2009
3 Mesi.

Tre mesi sono tanti, bastano per cambiare casa, amore, città.
Tre mesi sono tanti, sono la durata delle vacanze estive,  di uno stage, sono lo svanire di un innamoramento, è una commedia in un atto unico.
Tre mesi sono tanti, sono novanta giorni e novanta notti, un quarto di un anno, un trimestre di valutazioni, una vita che prende forma.
Ma tre mesi sono pochi, pochissimi. Tre mesi non bastano per dimenticare, per avere giustizia, per guarire dal dolore, per essere strumentalizzati da spot politici.
Tre mesi non si riempiono le assenze assolute, anzi il vuoto diventa voragine.
Tre mesi non cancellano la storia in fiamme impressa sulla corteccia degli alberi
Tre mesi non cancellano  il silenzio dagli scheletri di case colorate di nero.
Tre mesi è la durata di una melodia triste che stana le paure, passa le fibre dell'anima per restare appiccicata sulle pareti più segrete.
Tre mesi sono tempo puro e doloroso che mischia lacrime e speranze, rabbia e amore.
Tre mesi iniziano a essere un'attesa per la voglia di cambiare.
(29/06/09-29/09/09)

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sabato, 26 settembre 2009
Almeno

 

Almeno un Paese abbia il coraggio di dire 'partecipiamo ad un'occupazione militaré e si prenda la responsabilità, e non spacciamo l'attività dei militari per peacekeeping o umanitaria. Perché se dovessimo prendere per buone queste bugi...e, quanto meno verrebbe da dire che sono una massa di cretini visto che, per distribuire due caramelle, spendono 20 milioni di euro". Gino Strada

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venerdì, 25 settembre 2009
Irlanda, e poi venne la musica

 
E poi venne la musica.

C'era Galway con i suoi cigni, gli artisti sempre per strada, i colori della notte, una strada dove sembra sempre giorno, dove si parlano 237 lingue e ci si capisce.


C'erano quattro perscussionisti vestiti di bianco, che suonavano l'anima di chi li ascoltava, facendo divenire il metronomo del tempo musica pura e il corpo assoluta voglia di ballare.

C'era una ragazza, proveniva da uno sperduto paesino dell'appennino bolognese, giocava con il fuoco, tutti gli occhi addosso: sembrava davvero una vestale celtica. E un chitarrista che chiudendo lo sguardo mi ha solleticato il cuore sulle note di “I wish you were here”.

C'era un terreno tra i campi verdi e il mare grigio, sembrava il suolo lunare, invece era il Burren, un nome morbido per pietre incastonate e spigolose.


C'era una scogliera per cui varrebbe la pena non tornare più: si chiama come sapete Cliff of Moher, a parlare di Carnevale con dei ragazzi Veneziani, a perdersi negli occhi di una giovane fotografa bionda vestita di nero, a smarrire sull'altitudine e fra le onde briciole di cuore.


C'erano le isola Aran, e Inis Mor è stata la mia tredicesima isola, perchè sono la mia dimensione perfetta. Fra cimiteri abbandonati, ciclisti, chiese a cielo aperto, case dal tetto in paglia e leoni marini, signore placide che tessono la lana, c'è una salita che porta a una serie di cerchi concentrici. Dove per davvero sentire il respiro d'Irlanda tutti si sdraiano sulla scogliera a testa in giù per vedere quanto è profondo il mare. E poi improvvisamente un pub, dove alle quattro del pomeriggio son tutti già ubriachi, ma si canta, si suona e tutto il resto non ha importanza. Semplicemente si sta BENE, anche se il cielo è grigio, il sole una parvenza, la musica vince la malinconia, in ogni angolo di Irlanda, ed è voglia di vivere.

C'erano le piogge e l'autunno anticipato del Connemara, lingue di terra che fendono ilmare, erica selvaggia ostinata verso il mare. Forse c'era anche un fiordo, dove tutti i paesini si somigliano ( barbiere, alimentari, pub, edicola in colori diversi e medesima sequenza) ma a Clifden, poco dopo le 13 , il pub del paese era pieno di gente, di bambini vestiti a festa per un battesimo, sembrava di essere in un saloon e ci abbiamo brindato con loro.


C'era dentro a un supermercato di Limerick “With or without you” e credetemi che camminare in Irlanda e sentire gli U2 è qualcosa di spirituale.


E poi venne il mare. Del sud.


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lunedì, 21 settembre 2009
Abstract

La prima volta è accaduto lì, sui gradini della metro, in un afoso agosto di una Milano surreale e stanca: poca gente in giro, eccetto i fortunati lavori d'agosto. Sono salita trafelata e sudata già alle 7,30 di mattina, di corsa come sempre, tanto da spargere i fogli del plico verde contenente l'abstract dell'ennesimo burocatico progetto sul pavimento. In altri momenti mi sarei vergognata, arrossendo e collezionando altre figuracce a raffica, con questo egecentrico senso di essere sempre negli occhi di tutti. Quella mattina non c'era quasi nessuno, quindi potevo tranquillamente riordinare tutto. Mi sono chianata, il mio vestito leggero colorato di blu ha mosso l'aria come un'onda, e ho iniziato a raccogliere i fogli. E mentre le mani a terra radunavano pensieri, ho incontrato i suoi occhi, in alto sopra di me. Uno sguardo intenso, color nocciola, uno sguardo che mi sembrava di conoscere già. "Ti aiuto", mi ha detto sottovoce. Io sotto di un tono ho solo risposto "Grazie". Tutto è tornato al proprio posto, nel plico verde ed io pure, nel sedile accanto al vetro. Lui scende sempre un paio di fermate prima di me, ma lo avrei scoperto dopo. Sono andata in ufficio, i fogli che erano caduti e raccolti dallo sconosciuto mi sembravano profumati, di un'aria fresca, quasi un brivido che percepivo. Come sentivo quello sguardo in cui il mondo, il mio mondo per un attimo si era fermato. La mattina successiva avevo già bisogno di quegli occhi nocciola da indossare. Così sono salita sulla stessa carrozza, la numero tre, del giorno prima. Questa volta non sono inciampata nel gradino, bensì nei suoi occhi, fissi nei miei, da due sedili opposti e paralleli. Anche questa volta è sceso due fermate prima della mia. Il terzo giorno mi ha guardato sfrontatamente, con i suoi occhi addosso ho sentito una vampata di calore bruciarmi sul viso, sul collo e altrove. Quasi una piacevole mancanza di ossigeno. Sono scesa, e Milano mi sembrava addirittura colorata. A lavoro non c'è molto da fare, io penso a quello sconosciuto che si siede di fronte, mi guarda, mi fa sentire desiderata, e mi perdo a ricordare da quanto tempo non accadesse. Nella seconda settimana ho iniziato a guardarlo anche io da sfacciata: non sono una persona libera, non so cosa vorrei, forse solo parlargli. Incontrarlo. E diventa un pensiero ossessivo, ricorrente. Un giorno ho sentito la sua voce, mentre era al telefono. Ha una voce calda, sorride e ride spesso. E a guardarlo viene da ridere anche a me. Mi fa sembrare il mondo migliore. Ha spesso grandi buste piene di libri. A volte ascolta la musica con l'i-pod, spesso troppo alto di volume, e in fondo mi piace pensare che tenga la musica alta perchè me la stia dedicando. Penso a lui spesso, anche quando torno a casa, sdraiata sul divano, mentre affetto i pomodori, davanti a un film,o camminando per qualche sagra. Penso a lui spesso, e sento di desiderarlo, sento che mi brucia dentro, oltre la pelle stessa, in quell'intimità di pensieri che esulano dal puro desiderio. Lo sento come il fuoco, come il pericolo, come una droga a cui non si può rinunciare. Ogni tanto mi siedo lontana da lui, tentando ingenuamente e senza volontà di disintossicarmi. Ma dopo è anche peggio: ci ritroviamo occhi negli occhi, i respiri ad un passo dallo sfiorarci, in un limite tra l'orizzonte e il tempo. Non credevo potesse accadere, non volevo che accadesse. In fondo non è accaduto niente. Ma intanto è autunno, Milano si veste di foglie accartocciate, la metro straripa di gente nella propria fretta. Lui c'è sempre. Io non resisto più. Ho bisogno di varcare questa soglia, di rompere il silenzio. Perchè mi opprime questo trattenersi, questo esserci ed evitarsi, come un respiro troppo lungo sott'acqua che poi fa scoppiare d'aria. So di essere infondo debole, e infondo di non sentirmela. Di non squilibrare le reti finemente intessute che sono il mio microcosmo. Così adesso salgo sulla carrozza numero 10. E non lo vedo più. Ciò non significa che non lo pensi, ma si soffre di meno, ed è più facile. E  mi manca: il gioco sottile di sguardi, un appartenersi senza stringersi, le fantasie che fluttuano, la sua presenza, il suo profumo, il colore nocciola in cui mi sentivo semplicemente bene. In fondo erano gli unici occhi in cui non mi dispiaceva restare a lungo. Tutto è tornato apposto: le strade affollate, Milano in bianco e nero, le piogge di Settembre, i fogli dell'abstract. So tuttavia che da allora qualcosa dentro di me invece è ancora sparso sussurrante sul pavimento dell'anima, senza trovare un posto: bruciano sottili ceneri, e non è silenzio.

Foto by K
UBA
Note al margine: Lettura a cui far seguire l'ascolto de "L'aeroplano" di Baustelle

 

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domenica, 20 settembre 2009
Il grande sogno

"Il grande sogno" ( senza eroi ) vale la pena di essere visto perchè "racconta"le diverse anime del '68, sottolinenadone anche i limiti a volte troppo borghesi, il tentativo di espanderne la "geografia", il passo alla lotta armata ( ma in "the dreamers" era più poetico). Come non pensare a tale film di Bernardo se già il titolo stesso in qualche modo lo evoca?
Il punto è che Placido cerca di fare tutto ciò, di raccontare tutto ciò...ma non ci riesce nè narrativamente ( a volte la storia ha dei ritmi stonati) nè cinematograficamente ( la regia è da fiction tv).
A volte ci sono dei passaggi intensi, come la sequenza drammatica di Avola, forse perchè un 68 quello dei contadini poco frequentato non solo dal cinema ma anche dalla storia.
Peccato, perchè l'idea era buona, gli attori si son applicati, anche se non mi ha convinto il trucco e il vestiario ( sebbene abbia fatto ricerche in merito interrogando mia madre ;)
Però di cinematografico c'era poco( intendo ricerca delle inquadrature, luce, movimenti di macchina) e anche la ricerca storica latita. Senza scomodare Bertolucci, esteticamente anche "Vincere" di Bellocchio è molto più artistico e al contempo "storico".

Mi chiedo le folle di ragazzini che c'erano, probabilmente per Scamarcio, e che erano nell'onda dello scorso anno, l'unico movimento dissidente fino ad allora, cosa abbiano pensato...o provato vedendo questo film...

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domenica, 06 settembre 2009
Morte (del cinema) a Venezia

Premessa: l'idea di ritrovarsi a Venezia con i miei amici cinefili sparsi in tutta Italia, è nata in un momento difficile, dopo il 29 Giugno...l'idea di ritrovarsi con persone care e importanti mi ha fatto sentire la loro vicinanza in un momento difficile. E un po' per comodità, un po' per abbinare l'incontro a una scorpacciata di cinema ci ha fatto scegliere Venezia come luogo dell'incontro, tanto per vedere anche film che magari nelle nostre piazze non arriveranno.

Location:
LIDO: un luogo che non esiste, privo di bar, di gente che passeggia, un non luogo o un luogo chiuso in se stesso


Cast:

I BIGLIETTI IMPRENDIBILI: per una strana organizzazione alcuni biglietti si possono acquistare comodamente su internet. Altri vanno presi con il coupon gratutio il giorno prima della proiezione ( secondo regolamento). In conclusione abbiamo visto solo 1 film prenotato su internet, perchè l'altro non è stato possibile vederlo, i biglietti non son stati dati il giorno prima, ma la mattina stessa alle 8.30, e visto come ci si muove bene con i vaporetti ovviamente eran già finiti. Forse bastava democraticamente metterli tutti su internet. La signorina poi ci voleva dare quello gratis per il giorno dopo. E' stato difficile farle capire che non volevamo il coupon free, ma che eravamo lì esattamente e solamente per quel film...da lì abbiamo capito che eravamo le persone giuste nel posto sbagliato. O viceversa.

L'ACCESSIBILITA' E IL RESPINGIMENTO: riuscire a vedere un solo film in due giorni di festival è davvero triste. Il festival è quella dimensione in cui si vede in film dietro l'altro, dove (finalmente) ci si perde nelle pellicole dimenticando il fuori. L'organizzazione invece latita, e rimanere senza film da vedere a un festival del cinema è davvero triste. Inoltre ci sono tantissimi controlli per entrare in sala, quasi come all'aeroporto, e una massiccia presenza di forze dell'ordine in tenuta antisommossa...un po' tanto per un Festival no?

IL MADE IN ITALY: non vedendo film potevamo buttarci sul cibo. Il ministero dell'agricoltura ha voluto fortemente solo prodotti italiani all'interno della mostra ( la cosa si commenta da sola)...peccato che a rappresentarci ci fosse tra l'altro una pizza talmente gommosa da rimbalzare.

IL (FALSO) MURO DEL PIANTO: gestito da Ippoliti dovrebbe accogliere le nostre lamentele, e premiare con la coppa CODACON la mitliore, su questo muro come si nota nell'album, ci siamo espresse parecchio...Pensandoci bene anche questo fa parte del circo: le lamentele riguardavano i pavimenti bagnati, la sciarpa di Muller e altre cose di questo tipo...

IL SENSO CRITICO DEI VENEZIANI: nelle numerose file fatte per non arrivare a niente ci siam messi a parlare coi veneziani, i quali difendono a spada tratta il loro festival, dicendo che quest'anno è organizzato benissimo. A mio avviso no. Mi è stato risposto che a Cannes è peggio perchè non si vedono i film, penso che allora sia meglio così almeno la cosa si sa ed è ufficiale. Noi toscani siam molto polemici certo, e noi viareggini amiamo il nostro carnevale ma se qualcosa non va a modo state tranquilli che se ne parla...eccome!

FRANCESCA: ecco, il film che avevo prenotato è quello che tra l'altro ha fatto tanto arrabbiare l'On.Mussolini. Cmq, il film mi è piaciuto moltissimo, è fatto bene, ben recitato, ottima trama, ottimo specchio non solo per come i romeni vedono noi, ma anche su come loro vedono noi: insomma una non possibilità di scegliere per molti di loro. E comunque alla seconda proiezioni hanno applaudito tutti sulla battuta di cui sopra. Peccato che forse non verrà distribuito.

Concludendo: OGNI PAESE HA IL FESTIVAL CHE SI MERITA E IN CUI SI RISPECCHIA.

Detto questo, mi son divertita moltissimo perchè ero con i miei amici. Per il resto concludo con una frase storica che auspica un po' di apertura da parte degli organzizatori, altrimenti va disertato in maniera assoluta!


SENZA PUBBLICO ( E SENZA POPOLO) NON C'è CINEMA

 

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la lanterna magica